Ai 106 processi che Silvio Berlusconi dice di aver subito, da Parma adesso potrebbe aggiungersene un altro. Anzi, altri 3. Dalla città emiliana, infatti, potrebbero partire altrettante denunce per istigazione all’odio razziale. Una è già stata presentata al comando provinciale dei carabinieri mentre altre due potrebbero essere indirizzare a breve alle autorità canadesi e statunitensi. A presentarle un uomo di origine siriane e con doppio passaporto, italiano e canadese, che risponde al nome di Riad Khawatmi.

Ha offeso 2 milioni e mezzo di cittadini italiani”. Da quarant’anni a Parma, dove ha sposato una donna del posto da cui ha avuto due figli, è nato 64 anni fa ad Aleppo ed è un esperto di relazioni internazionali, oltre che segretario dell’associazione siro-giudaica di Canada e Stati Uniti. Ma è anche di religione islamica (per quanto non praticante) e proprio non ha mandato giù una delle esternazioni del premier nel corso della recente campagna per le elezioni amministrative. In uno degli eventi a sostegno della candidata sconfitta Letizia Moratti, Berlusconi ha affermato: “Se dovesse vincere Giuliano Pisapia, Milano diventerebbe una città islamica”.

Una boutade elettorale? Macché, un’offesa vera e propria verso le persone di confessione islamica, per Khawatmi. “Voglio presentare denuncia contro Silvio Berlusconi”, ha dichiarato ai carabinieri della caserma di via Fonderie, “perché, favorire un candidato di un suo partito nelle elezioni municipali di Milano, ha usato frasi offensive e xenofobe contro 2 milioni e mezzo di cittadini italiani di religione musulmana e per aver discriminato un credo religioso diffuso in tutto il mondo. Da un capo del governo non si possono accettare queste prese di posizione e questi incitamenti razziali”.

In Canada e negli Stati Uniti la legge è uguale per tutti”. È convinto Khawatmi della sua scelta. Ma ha preso una piccola precauzione: la denuncia la sporgerà anche in Canada e negli Stati Uniti. “Lì chi offende un cittadino per la sua razza o per la sua religione o colore della pelle in qualsiasi parte del mondo commette un reato federale”, ha spiegato. “In Canada e negli Stati Uniti la legge è sopra a tutti e uguale per tutti: non guarda in faccia a nessuno”.

L’uomo di origini siriane non è nuovo a iniziative del genere. Già tre anni fa aveva riservato analogo trattamento a Giancarlo Gentilini, prosindaco di Treviso, quando davanti al popolo leghista aveva invitato i musulmani clienti dei phone center ad “andare a pisciare nelle loro moschee”. E Gentilini è stato condannato in entrambi i Paesi, Stati Uniti e Canada.

Ora, invece, potrebbe toccare a Berlusconi. “Il premier non può pensare che tutto il mondo sia dentro al suo governo”, spiega Khawatmi alla stampa. “Qui la politica non c’entra così come non c’entrano la destra e la sinistra. La questione che il capo del governo di un Paese come l’Italia deve rappresentare e tutelare ogni cittadino a prescindere dalla sua religione, dalla sua etnia e dal suo colore. Questo principio vale in Europa come nel Nord America, dove ci sono nazioni libere e democratiche. Qui, invece, il nostro premier ha offeso tutti i cittadini di fede musulmana”.

Gentilini condannato a Venezia per una vicenda simile. La storia e la relativa denuncia possono sembrare marginali, rispetto a questioni ben più gravi che sta affrontando il premier. Ma non andrebbero comunque sottovalutate, a giudicare da com’è finita per Gentilini. La querela contro di lui era stata presentata alla procura della Repubblica di Venezia da Khawatmi il 13 ottobre 2008 e seguiva le parole pronunciate dal prosindaco di Treviso un mese prima, nel corso di un incontro pubblico tenutosi nel capoluogo veneto, la festa dei popoli padani. Oltre all’istigazione all’odio razziale, c’era una seconda accusa: offesa ai luoghi di culto.

Finito a processo con rito abbreviato, Gentilini era stato condannato nell’ottobre 2009 a 4 mila euro di multa, ma soprattutto gli era stato imposto il divieto di partecipare a manifestazioni pubbliche per 3 anni. Pena tuttavia sospesa, per quanto le richieste del procuratore capo di Venezia, Vittorio Borraccetti (pubblico ministero era Carlo Mastelloni, magistrato molto noto per le sue indagini in tema di terrorismo e Medio Oriente), fossero state più pesanti: un anno e cinque mesi di carcere e una multa di circa 6 mila euro.

di Giulio Colla