“Ci avete lasciato senza niente, ora vogliamo tutto”. Oppure: “Violenza è guadagnare 600 euro”. E poi: “Quando le porte della giustizia si chiudono, si aprono quelle della rivoluzione”. Sono le parole che gli indignados, i ragazzi che protestano nelle piazze contro il sistema politico spagnolo, hanno scritto nei loro cartelli. Da mesi leggiamo sui giornali grandi titoli dedicati alla Primavera araba: vento che soffia dalla Siria alla Libia, che ha rovesciato il regime tunisino ed egiziano anche grazie a un nuovo modo di comunicare e convocare la protesta. E qui? La generazione dei 25enni è strangolata, cerca di ricominciare a respirare ma non trova modi. Precarietà è una parola entrata nel discorso quotidiano per raccontare una “situazione professionale”, ma è la chiave di volta di esistenze zoppicanti, incerte, senza futuro perché senza desideri. Allora perché non si ribellano? Bisogna guardare un po’ di numeri: i giovani tra i 15-25 anni erano più o meno 13 milioni nel ’68, Oggi sono 5 milioni.

Siamo il primo paese al mondo che ha visto gli over 65 superare gli under 15. Secondo l’Istat, nei prossimi dieci anni i ventenni e trentenni italiani verranno per la prima volta superati dai cinquantenni-sessantenni. Dunque i numeri suggeriscono la necessità di alleanze. In questo momento sembrano essere i grandi vecchi a invitare alla rivolta: la rivoluzione evocata da Mario Monicelli prima di morire. Il grido di Stéphane Hessel, ex partigiano francese 92enne, “Indignatevi“. E Luciana Castellina: “Si tende a pensare che la propria generazione sia migliore di quelle che le sono succedute. Se a me piace molto il vecchissimo Hessel, che di anni ne ha 92, undici più di me che pure sono Matusalemme, è proprio perché, anziché chiudersi nella nostalgia del suo passato, lo usa come un altoparlante per mobilitare i giovani cercando di dar loro il massimo della fiducia. E li chiama a tramandare quanto di meglio è stato fatto prima che nascessero.

Ecco la parola che, insieme a indignazione, ribellione e responsabilità, vorrei esaltare: tramandare”. Poi un altro vegliardo, Pietro Ingrao, che scavalca il muro dell’indignazione, perché “non basta”. Anche Massimo Ottolenghi, ex militante di Gl, spiega nel suo libro “Ribellarsi è giusto”: “L’Italia, che è stata nei secoli portatrice di tanti splendori, a partire proprio dai giorni dell’unificazione, è rimasta la bella sognante. Immatura per gestire con efficienza la democrazia parlamentare conquistata con tanto sacrificio. Avvolta dai veli di un’ipocrita indifferenza, assonnata d’attesa, esposta a ogni violenza, abbandonata all’assenza di difensori validi. Circondata da un’élite di scrittori, professori, giornalisti, salvo rare eccezioni, spesso conniventi con il potere per comodo o anche solo per quieto vivere, è rimasta preda del cavaliere nero di turno in attesa che al più presto sparisse, chiamato altrove da quella provvidenza dalla quale si diceva inviato. Comunque un’Italia incapace di trasformare per tempo l’indignazione in azione, di reagire, di sollevarsi in difesa per prevenire.”.

Tra molti vitali novantenni, un filosofo 37enne: Pierandrea Amato che teorizza in un saggio uscito per Cronopio (e subito tradotto in francese): “La rivolta è un’azione politica che inquieta la messinscena della democrazia cui ogni giorno assistiamo”. Come e perché parlare di Rivolta oggi: ne discutono venerdì 27 maggio con l’autore (alle 19, presso la libreria Fandango in via dei Prefetti 22 a Roma) Marco Filoni e Silvia Truzzi.