Una delle immagini della campagna anti-frontalieri "Bala i ratt"

CANTON TICINO (Svizzera) – Come se non bastassero le continue provocazioni Giuliano Bignasca, lo strabordante leader della Lega dei Ticinesi (Guarda il video), ora sulla testa dei 45 mila lavoratori frontalieri italiani pendono anche le nuove minacce dell’Udc. A dispetto del nome rassicurante, non si tratta della versione elvetica del partito di Casini. Per nulla moderata, l’Unione democratica di centro del Canton Ticino, è un movimento che si ispira a valori di ultradestra e che pone nella propria agenda temi come la cacciata degli stranieri, espulsioni veloci ed efficaci, maggiori controlli alle frontiere e forti limitazioni all’immigrazione.

E il prossimo 28 maggio, nel corso dell’assemblea nazionale dei propri delegati, l’Udc svizzera lancerà un’iniziativa popolare per limitare l’immigrazione. Si tratta di una proposta di legge in grado di portare alla reintroduzione del contingentamento dei flussi di stranieri (compresi i lavoratori frontalieri italiani), in cui si chiede inoltre di porre nell’agenda politica la rinegoziazione degli accordi sulla libera circolazione stipulati con l’Unione europea.

L’Udc è lo stesso partito che nei mesi scorsi si è guadagnato il biasimo di mezza Europa tappezzando il Canton Ticino con manifesti anti italiani, che raffiguravano i lavoratori stranieri come dei topi intenti a mangiare una forma di formaggio svizzero (metafora rozza, ma efficace, degli umori che serpeggiano in una certa parte dell’opinione pubblica della Confederazione). Una provocazione, servita probabilmente per tirare la volata elettorale ai cugini della Lega dei Ticinesi, altro partito che ha tra i propri obiettivi la limitazione del numero dei lavoratori stranieri nel Canton Ticino. E’ probabile che nei prossimi mesi assisteremo a una nuova escalation di provocazioni da parte dell’Udc, che sta alzando i toni del dibattito politico in vista delle elezioni federali del 23 ottobre.

Un esponente del partito, Marco Chiesa, già lo scorso 26 marzo era intervenuto in un’assemblea a Lugano sostenendo che “il Ticino ha un problema, un grosso problema: gli accordi bilaterali”, rincarando poi la dose con una manifestazione di disprezzo verso il Belpaese: “Purtroppo non possiamo scegliere il vicino che più ci piace, ma a noi ticinesi, in verità, è andata piuttosto malino; ci è capitata l’Italia”. Le colpe italiane affondano le radici nel 1999, quando la Svizzera venne iscritta nelle “black list” delle nazioni a fiscalità privilegiata. “Di recente – continua Chiesa -, il ministro Tremonti ha inoltre adottato nei nostri confronti nuove normative di lotta alla frode fiscale, inasprendo il quadro giuridico e causando l’aumento della burocrazia senza nessun motivo valido. Noi svizzeri le regole e i contratti li rispettiamo ma, trattati a pesci in faccia, non siamo certo d’accordo di accettare 50 mila, 1 lavoratore su 4 del nostro Cantone, 12 mila distaccati e, dulcis in fundo, di ristornare 50 milioni di imposte ogni anno all’Italia, senza avere nulla in contropartita”. Insomma, Tremonti ci mette lo scudo fiscale? Noi ci rivaliamo sulla pelle dei lavoratori frontalieri. Intanto sul sito nazionale dello Schweizerische Volkspartei (il nome tedesco dell’Udc) il leader Christoph Blocher spiega che: “La Svizzera ha perso il controllo dell’immigrazione. Sempre più persone si riversano nel nostro paese con conseguenze negative che stanno diventando evidenti. È ora che la Svizzera recuperi il controllo dell’immigrazione e limiti l’afflusso di nuovi immigrati”.

A smorzare i toni dell’Udc ci ha provato l’Ufficio di presidenza della Comunità di lavoro Regio Insubrica, che ha preso le distanze dalle dichiarazioni rilasciate sui temi della piazza finanziaria di Lugano e dei frontalieri, auspicando che “si privilegino modalità di dialogo franco e costruttivo, in uno spirito di comprensione e collaborazione”. Secondo l’associazione di confine (che dal 1995 riunisce le provincie di Varese, Como, Lecco, Novara, Verbania e il Canton Ticino), la ricerca di soluzioni utili e condivise nel rispetto e nell’interesse della popolazione al di qua e al di là del confine, va perseguita con impegno e lungimiranza, chiedendo infine “di considerare con la dovuta attenzione e rispetto l’importante apporto che la manodopera frontaliera offre all’economia ticinese”.