Suscita sconcerto e tristezza leggere su questo blog i commenti insultanti dei pasdaran grillini alla nota di puro buon senso a firma Paolo Flores d’Arcais; in cui si invitava, in vista del ballottaggio milanese, a distinguere tra l’imbarazzante Moratti (con dietro le quinte il sempre più orrido Berlusconi, intento a trasformare la consultazione in bassa macelleria) e il pur flebile Pisapia.

Per questo molti della stessa base Cinquestelle hanno commentato a caldo: «ma che, siamo matti?». Segno di una ragionevolezza subito oscurata in spazi mediatici che non contemplano altro che la comunicazione imbonitoria a una sola via. E difatti il gestore del sito intitolato a Beppe Grillo – il gruppo di ex Telecom della Casaleggio Associati – sta lì anche (proprio?) per quello.

Brutto segno: la riprova che ancora una volta la crescita di un movimento avviene all’insegna dell’adesione fanatizzante al Verbo del carismatico di turno e – al tempo stesso – vede balzare fuori pretoriani, inebriati dall’improvviso successo, a presidiare rabbiosamente (fondamentalisticamente) la ragione sociale in cui si identificano. Un altro frutto avvelenato di questa stagione di politica, centrata sui personaggi e sulle cieche appartenenze, che renderà estremamente difficile ricostruire un discorso pubblico mediamente decente. Puro tifo da stadio, in cui la purezza incontaminata (e isolazionistica) della propria parte si traduce nell’avversione di tutto quello che è “altro”, rappresentato come un informe conglomerato di nequizie. La solita tiritera che “l’altro” dal grillismo è solo un fetido pastone da rifiutare in blocco: perché destra e sinistra pari sono.

Certo, questi anni hanno shakerato nell’antiberlusconismo un po’ di tutto: ci sono quanti avversano il cacicco di Arcore in quanto devastatore di democrazia (innanzitutto per ragioni etiche; dunque, di Sinistra) a fianco dei critici insofferenti del suo essere una forma di disordine (posizione prevalentemente estetica, da Destra perbenista). Forse non è proprio il momento di fare la prova del DNA a un comune desiderio di voltare pagina.

Certo, l’etichetta di “antipolitica”, per Cinquestelle come per ogni altra posizione radicale, è mistificatoria e va contestata; visto che “politica” non è tecnologia del potere (nonostante ciò che pensa Massimo D’Alema in proposito) quanto concorso appassionato alle scelte collettive.

Certo, l’opposizione istituzionale è stata corriva e collusiva, ma il problema attuale è quello di obbligarla a essere coerente con i suoi assunti valoriali, dopo si vedrà (se realmente aspiriamo a “un dopo”).

Certo è una sciocchezza accusare Cinquestelle di aver sottratto voti presentando le proprie liste, in un legittimo e anche utile desiderio di contarsi per poter pesare. Ma adesso che la conta è avvenuta e siamo alla “fase due” della scelta secca, lo stare sulla riva del fiume ad attendere il passaggio di uno dei cadaveri purchessia tra i due contendenti è puro narcisismo del “tanto peggio tanto meglio”. Riprova di una sincope nella capacità di discernere, figlia del presunto novismo rappresentato da un comico-guru che ripropone come up to date forme antiche quali il comizio a battute e il mugugno, proprio dello spirito ligure. Accompagnate anche in questo caso (e vale tanto per il berlusconismo credere-obbedire-combattere come per tutto l’antiberlusconismo duro e puro) dal terribile ritorno al culto della personalità. Tra l’altro, personalità davvero modeste in generale.

Culto della personalità che nel campo grillino è reso ancora più fanatico dalla sindrome del “soli contro tutti”. Che manda in fibrillazione i pasdaran del Vaffa pregiudiziale, ma che si ritrova pure nel lirismo encomiastico dei commentatori limitrofi all’area. Cito un esempio: «Beppe Grillo è urticante, manicheo, esagitato, ma sa di cosa parla. Conosce la materia, anzi le materie. Ha fonti di prima mano, è in grado di svelare le magagne dell’alta finanza». A sì? Ricordo una recital del comico a Savona in cui proponeva di risolvere la crisi energetica con gli aquiloni e disquisiva di logistica sostenendo che le navi ci guadagnano a viaggiare vuote. Puro spettacolo dell’assurdo. Però il suo laudatore ci informa, proprio sulla rivista diretta da Flores d’Arcais (5/2010), della «perfetta sintonia» di Grillo con – niente meno – John Dewey e Noan Chomsky. E il laudatore in questione è il solitamente sbarazzino Andrea Scanzi, già mio compagno di pianerottolo su MicroMega online, e ora in questo. Anche se dalla fotina non lo avevo subito riconosciuto (per via della pettinatura a due bande tipo Nilde Jotti e un sospetto di chignon).

Negli ultimi tempi Scanzi è diventato un po’ cupo, forse perché in crisi da rinnovamento creativo (francamente basta con le cedrate guatemalteche e gli infradito di vario pellame, cit.), resta – però – una voce interessante dal fronte dell’intransigenza. A lui, come ai pasdaran del Vaffa, come a tutti noi critici del tempo vigente, vorrei suggerire un modello di intransigenza a 24 carati: Gaetano Salvemini, fustigatore dell’Emilio Lussu che «non sa quello che vuole… ma lo vuole subito». Perché l’intransigenza deve andare sempre a braccetto con lo spirito critico. Altrimenti si avvita su se stessa.