Che l’autostrada Pedemontana, un appalto da oltre 5 miliardi di euro per un lungo serpentone d’asfalto che correrà a nord della Lombardia, facesse gola alle cosche c’era da aspettarselo. Ma oggi si scopre che pochi mesi prima che i cantieri decollassero, la ‘ndrangheta si stava già spartendo i lavori di movimento terra in tutta la regione.

Nel febbraio del 2010 a Cassano Magnago, in provincia di Varese, viene inaugurato il primo lotto di lavori della mega autostrada: la tratta A. Qualche mese dopo tra Mozzate e Lomazzo, nel comasco, inizia il movimento terra per la realizzazione di una grande area di cantiere (120 mila metri quadri), che permetterà ai macchinari e agli operai di avere il proprio campo base. I 150 mila metri cubi di ghiaia e sabbia trasportati e sistemati in quel luogo sono stati di competenza, tra le altre ditte, della Stilitano Scavi di Cislago, in provincia di Varese. Quest’azienda non è indagata, anche se, stando alle carte delle operazioni “Tenacia” e “Caposaldo”condotte dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, ha intrattenuto rapporti con diversi personaggi oggi in carcere, accusati di associazione mafiosa e a loro volta imprenditori del ramo delle costruzioni. Può essere che alla Stilitano non fossero a conoscenza della caratura criminale dei loro interlocutori. Il collaboratore di giustizia Marcello De Luca, interrogato dai carabinieri del Ros, definisce i titolari dell’azienda di Cislago “contigui a pregiudicati calabresi, operanti nelle province di Varese e Como, ma in stretto collegamento con il paese d’origine”.

Questa è una storia che evidenzia quanto sia pervasiva la “mafia imprenditrice” in Lombardia. Anche se Pedemonata ha investito parecchio nel prevenire l’infiltrazione delle cosche è difficile tenere tutta la galassia di padroncini e piccole aziende di edilizia e costruzioni, sotto controllo. Quel che continua a fare gola sono i lavori di movimento terra. Si tratta di sub appalti spesso assegnati a chiamata diretta e dei quali l’azienda concessionaria rischia addirittura di sapere ben poco. Piccoli lavori, comunque molto remunerativi. Un sistema spiegato in una frase di Vincenzo Mandalari, quello che prima di essere arrestato nel gennaio scorso dopo alcuni mesi di latitanza era il capobastone a Bollate e titolare di un’azienda di costruzioni. “Ti faccio l’esempio del ponte tra Reggio e Messina – dice – io non miro al ponte, magari se mi danno la pulizia del ponte mi interessa… Noi oggi si punta a queste cose! Non si punta al condominio di 500 piani!”

Rocco Stilitano (amche lui non indagato), figlio di Antonino titolare dell’impresa omonima, nell’inchiesta “Caposaldo”, è stato intercettato mentre parla di spartizione di lavori con Giuseppe Romeo, uomo legato alla cosca Morabito, titolare di un’azienda di movimento terra ad Agrate Brianza. “La collaborazione giusto, è normale…”, esordisce Romeo, e Stilitano: “Bravo, bravo… Un po’ di camion li mettiamo noi, un po’ li mette lui, un po’ voi…” E di nuovo Romeo: “Si deve collaborare per prendere col prezzo giusto… Altrimenti poi alla fine…“

Secondo gli inquirenti gli ordini sulla divisione dei lavori al nord arrivano da lontano. Nel novembre del 2008 nel carcere di Vibo Valentia viene intercettato e video filmato un colloquio. Dietro le sbarre c’è Pasquale Oppedisano nipote di Domenico, il “capo crimine” di ‘ndrangheta di Rosarno. Dall’altra parte c’è il fratello Michele. Sempre secondo i carabinieri del Ros, che hanno imbastito la “Tenacia”, quel colloquio era per informarsi “relativamente agli affari correnti in Lombardia” e sulla spartizione dei lavori. La chiacchierata si chiude con un gesto eloquente: “Ossia quello di chiudere il dito pollice sul dito indice ed imitando così una pistola”. Chi non stava ai giochi, quindi, rischiava grosso.

Nel frattempo un altro fratello di Pasquale, Pietro Oppedisano, si trova a Milano. Per i carabinieri “la principale motivazione che ha portato il predetto in Lombardia è legata agli interessi connessi alla distribuzione degli appalti relativi ai lavori dell’autostrada Pedemontana”. E così si arriva a una “mangiata”. Tre mesi dopo quel colloquio in carcere, due dei fratelli Oppedisano si incontrano, in un ristorante del centro di Milano, con Salvatore Strangio, la testa di ponte della ‘ndrangheta nella Perego, grande azienda brianzola di costruzioni. In quell’occasione si stabilisce come muoversi, in modo che ciascuno abbia del suo, anticipando eventuali mugugni e contrasti.

Salvatore Strangio, arrestato la scorsa estate, è, sempre secondo i Ros, in stretti “rapporti col vertice delle cosche di San Luca in Calabria”. Per “testimoniare la notorietà di Strangio nel suo ambiente” gli inquirenti riportano proprio una telefonata con Rocco Stilitano. Parte Strangio: “Vi volevo vedere per un lavoro che insomma…” Quell’altro risponde: “Ma so che lo avete preso voi”. Di nuovo Strangio: “No è stata fatta un’offerta, non è stato preso ancora… È stata fatta solo un’offerta. Niente, ci dobbiamo vedere un po’… va bene?” La risposta: “Volete venire all’ufficio da noi senza che telefonate… Noi siamo a disposizione!” Questo il tenore di certe telefonate, nella Lombardia che vede la spartizione dei lavori e dove la mafia non esiste.