I manifesti comparsi nelle vie di Milano contro la procura

Forse la cosa migliore è mettere i nomi uno in fila all’altro, meglio se in ordine alfabetico, perché una graduatoria del dolore non esiste: tra il sorvegliante Carlo Ala morto dissanguato il 31 gennaio 1980 dopo l’assalto alla Framtek di Settimo Torinese, e l’agente Francesco Zizzi, uno dei cinque uomini della scorta di Aldo Moro massacrati in via Fani il 14 marzo 1978, ci sono almeno centottanta nomi. Se poi si aggiungono le vittime delle stragi, il numero triplica. Per non parlare dei feriti (soltanto a Torino più di cinquanta “gambizzati”, uomini costretti per sempre a portare sul proprio corpo lo stigma della violenza ricevuta), di cui troppo spesso ci si dimentica.

Basterebbero i numeri per parlare almeno con rispetto di un periodo incredibile della Storia recente. Invece, il terrorismo italiano viene di nuovo evocato in un modo da insultare l’intelligenza, prima ancora del dolore delle vittime. Giorgio ha 37 anni. Non ne aveva ancora tre quando suo padre Sergio Bazzega, maresciallo di Ps, fu ucciso dal ventenne Walter Alasia. Per anni Giorgio ha girato alla larga da Sesto San Giovanni dove tutto accadde, per evitare il contatto diretto con un dolore a cui non riusciva a dare nemmeno un nome. Oggi Giorgio ha fatto i conti con la memoria: “Purtroppo siamo lontanissimi anche dal minimo rispetto – racconta – basta vedere come il ricordo del terrorismo è stato usato a Milano per fare marketing politico. Una strategia di comunicazione costruita sul sangue dei nostri morti: prima Berlusconi che parla di ‘brigatismo giudiziario’, poi quel Roberto Lassini (candidato alle comunali di Milano nella lista del Pdl, ndr) con i suoi manifesti e la campagna del Giornale in suo favore. Basta capire qualcosa di comunicazione, fare due più due per concludere che si tratta di una strategia studiata a tavolino. Pazienza poi se noi stiamo male”.

Parole condivise da Silvia, figlia di Graziano Giralucci, militante dell’Msi ucciso dalle Brigate rosse a Padova nel 1974. Anche lei aveva soltanto tre anni: “Scrivere ‘Fuori le Br dalle procure’ significa non ricordarsi nulla di quello che è stato”. Silvia è da pochi giorni in libreria con L’inferno sono gli altri – cercando mia padre nella memoria divisa degli anni Settanta, edito da Mondadori: un nuovo, prezioso capitolo di un racconto, cominciato da Mario Calabresi e Benedetta Tobagi, che, da qualche anno, veste la memoria di quegli anni con un abito nuovo e più confortevole: “Siamo la generazione dei figli – racconta Silvia – abbiamo, spero, una giusta distanza e un atteggiamento non vendicativo. Abbiamo cercato di capire. Ora proviamo a seminare”.

I Figli e il Presidente
Di sicuro, oltre a seminare, i figli hanno anche raccolto. E il merito va sicuramente al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha fortemente voluto il Giorno della memoria delle vittime del terrorismo, che dal 2008 si celebra ogni 9 maggio (nel 1978 le Brigate rosse assassinarono Aldo Moro, mentre in Sicilia Cosa Nostra spegneva la voce di Peppino Impastato). La giornata del 2008 è già Storia, quando al Quirinale si abbracciarono Licia, vedova di Giuseppe Pinelli, anarchico ingiustamente sospettato della strage di piazza Fontana, volato da un finestra della Questura di Milano tre giorni dopo la bomba, e Gemma, vedova di Luigi Calabresi, che di quella morte fu ingiustamente ritenuto responsabile e ucciso quattro anni dopo. Due nomi che la Storia raccontata ha, da sempre, contrapposto e che una memoria, finalmente condivisa, ha accomunato nella sorte sventurata degli anni spietati. Anche per domani è giunto l’invito al Quirinale alla famiglia Pinelli: “Il riconoscimento del 2008 – racconta Claudia, figlia minore di Giuseppe – lo aspettavamo da trent’anni. Adesso, però, possiamo di nuovo allontanarci dai riflettori e tornare, come sempre, accanto ai familiari delle vittime di piazza Fontana”.

Forse è arrivato il momento che la Storia degli anni cosiddetti di piombo, sia raccontata (anche) da chi quei giorni non ha vissuto, o da chi era troppo piccolo per ricordare; non solo da chi – emotivamente o politicamente coinvolto – ricorda soltanto con rabbia o con epica. Memoria condivisa non significa appiattire le differenze, ma riconoscere che tra le tante verità possibili una soltanto è prevalente e ineliminabile: il dolore. Di chi non è potuto invecchiare e di chi è rimasto a ricordare. Vittime dello stragismo fascista, bersagli dell’insensata furia armata di Brigate rosse e Prima linea, giovanissime vite spezzate – di destra e sinistra – da coltelli e chiavi inglesi, caduti di piazza per la violenza delle forze dell’ordine. Sono tutti uguali, attori comuni di un dramma collettivo che, in un modo o nell’altro, entra nelle vite di ciascuno di noi. Una Storia troppo tragica e complessa per meritare un avvilente manifesto elettorale in difesa di imbarazzanti naufragi del potere.

da Il Fatto Quotidiano dell’8 maggio 2011