Ho avuto rapporti con il dottor Pisani sin dalla metà degli anni ’90… il dottor Pisani mi diede il suo recapito telefonico dicendomi che potevo rivolgermi a lui se avessi avuto bisogno di qualcosa. Trovai strana la circostanza e di lì a poco, forse la sera stessa, gli telefonai da una cabina pubblica, chiedendogli di spiegarmi cosa in realtà volesse da me. Fu così che ci incontrammo e lui mi disse che era sua intenzione catturare alcuni latitanti dell’Alleanza di Secondigliano, se ben ricordo si trattava di Bocchetti Gaetano… a questo rapporto con il dottor Pisani si lega, ad esempio, la cattura di Longobardi”, il boss di Pozzuoli. Così Salvatore Lo Russo, “neo” pentito di camorra, ha raccontato ai magistrati partenopei dei suoi rapporti con il capo della Squadra Mobile, Vittorio Pisani.

In realtà che l’ex boss di Miano fosse un “confidente” della Polizia era una voce che già da molti anni circolava negli ambienti malavitosi di Napoli. Ma la domanda, o meglio il sospetto, che, anche se non formulato direttamente, aleggia da quando sono diventate note le prime dichiarazioni del boss è: Lo Russo ha passato informazioni a Pisani in cambio di cosa? Un sospetto legittimo soprattutto per chi considera la guerra alla camorra come la naturale conseguenza di una presa di posizione netta che rende inconciliabile qualsiasi rapporto tra un capo della Squadra Mobile e un criminale. Se questo comportamento, che per qualcuno potrà essere anche “libertino”, costituisce reato, sarà compito della magistratura stabilirlo e non può e non deve essere oggetto di processi mediatici e, soprattutto, sommari.

C’è un’altra domanda però che, al di là dei moralismi e dell’etica, molti addetti ai lavori si sono posti ossia il capo della Mobile ha fatto bene o no a utilizzare Lo Russo come “confidente”? Chi conosce la realtà della camorra non solo attraverso romanzi o libri, anche se non lo ammetterà mai apertamente (o forse sì), sa che Pisani ha avuto un “colpo di genio” nel reclutare Lo Russo come confidente. Da vero “sbirro”, infatti, ha saputo sfruttare quella che è, forse, la più grande debolezza del “sistema” ossia il perenne stato di conflitto esistente tra i clan napoletani. D’altronde quale fosse la sua opinione in merito ai “confidenti” non è stato mai un mistero: ha pubblicato addirittura un libro sull’argomento in cui spiega i vantaggi e i rischi che derivano da questi “rapporti particolari”.

Pisani, prima di molti altri, ha capito che l’unico modo per contrastare efficacemente i clan camorristici è approfittare delle inimicizie esistenti tra i boss. Il “sistema” non è una struttura unitaria come Cosa Nostra e nemmeno un’organizzazione federativa come le ‘ndrine calabresi, ma un insieme di “bande criminali” molto spesso in guerra tra loro. La carriera malavitosa di un boss napoletano è di gran lunga inferiore a quella dei suoi “colleghi” di Palermo o Reggio Calabria. Un paio di manette o una raffica di proiettili sono sempre dietro l’angolo.

Quando Pisani ha consegnato il suo biglietto da visita a Lo Russo ha giocato su quest’aspetto: non c’è stato bisogno di stipulare accordi “sottobanco”, ma è bastato offrire al boss una “spalla su cui piangere” nel momento delle difficoltà. Una proposta che il capoclan di Miano non si è lasciato ripetere due volte perché, pur diventando “infame” agli occhi dei suoi “colleghi”, avrebbe potuto risolvere parecchi problemi, soprattutto quando sai che c’è qualcuno armato ad aspettarti. Una semplice “comunione d’intenti” che ha unito il capo della Squadra Mobile al capoclan di Miano. Entrambi volevano togliere dalla circolazione, anche se per motivi diversi, alcuni dei più pericolosi boss della camorra.

Poco etico? Forse. Eppure sfogliando la lunga lista di arresti realizzati da Pisani e dai suoi collaboratori (Antonio Iovine, Vincenzo Licciardi e Raffaele Amato solo per citarne alcuni), è difficile trattenere un sorriso di soddisfazione per i risultati ottenuti da questo quarantatreenne calabrese. Allora sorge un’altra domanda, ossia: è importante il risultato o anche come sia stato ottenuto? Qui, però, la risposta può essere solo soggettiva.

di Luigi Sabino

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