Bruxelles, Parlamento europeo

Bustarelle a Bruxelles. Uno scandalo che ha costretto alcuni eurodeputati a dimettersi. Lo scoop, rivelato il 22 marzo, è di alcuni giornalisti del quotidiano inglese The Sunday Times che si sono finti lobbisti per 8 mesi e hanno offerto mazzette a una sessantina di eurodeputati per far passare alcuni emendamenti in sede di voto. In 4 hanno accettato, e per cifre tutt’altro che da capogiro. E ora arriva la risposta del Parlamento, che ha annunciato di rinforzare il codice di condotta degli eurodeputati e le norme che regolano l’attività dei lobbisti. Risposta resa necessaria anche dalle richieste d’inchiesta dell’Olaf (Ufficio anti frodi europeo).

I giornalisti travestiti da lobbisti hanno offerto denaro a 60 eurodeputati per introdurre degli emendamenti. Hanno accettato in quattro, sia di destra che di sinistra: l’austriaco Ernst Strasser e lo spagnolo Pablo Zalba del gruppo popolare, il rumeno Adrian Severin e lo sloveno Zoran Thaler del gruppo socialista. E dire che si tratta di tre ex ministri (Strasser degli Interni, Thaler e Severin degli Esteri). Fatto sta che i quattro malcapitati sono stati registrati dai giornalisti inglesi proprio mentre accettavano di vendersi per un piatto di lenticchie.

Diverse le reazioni degli onorevoli. Se Strasser e Thaler hanno preferito tacere e dimettersi per evitare la pubblica gogna, Severin si è detto pronto a denunciare i giornalisti del Sunday Times coinvinto di non aver fatto nulla di male. Secondo il quotidiano inglese, infatti, il deputato rumeno ritiene di aver compiuto “nient’altro che una consulenza”, ovviamente a pagamento. Il Sunday riferisce che Severin ha comunicato il suo zelo addirittura con un sms: “Solo per farle sapere che l’emendamento che desiderava è stato presentato in tempo”. Prezzo 12mila euro. Severin, dal canto suo, ritiene di essere vittima di un complotto per le sue posizioni al Parlamento europeo che “disturbano molti”. Più pittoresca la reazione del quarto deputato, lo spagnolo Zalba, che si è giustificato dicendo di aver peccato di “ingenuità”, nei confronti di una “lobbista (in realtà una giornalista, ndr) molto carina” e che, ad ogni modo, lui “non aveva ancora preso un soldo”.

Fatto sta che lo scoop del giornale anglosassone, di proprietà di Rupert Murdoch e non nuovo a campagne che soffiano sul fuoco di un certo euroscetticismo, ha comunque fatto centro, facendo scoppiare una vera e propria bomba a Bruxelles. Uno scandalo che rischia di coinvolgere anche le altre istituzioni. Secondo quanto si legge in un comunicato dell’Olaf, il Parlamento europeo si sarebbe “rifiutato temporaneamente di permettere l’ingressoo agli investigatori” per un problema di interpretazione dei trattati Ue. Secondo l’Olaf, alla cui guida c’è da pochi mesi l’italiano Giovanni Kessler, “le indagini sugli europarlamentari rientrano nelle competenze dell’Ufficio anti frodi europeo per almeno tre ragioni: la vicenda può recare danno alla reputazione delle istituzioni europee, si tratta di un fatto d’interesse pubblico, c’è il rischio che potenziali prove possano essere distrutte”.

Proprio oggi il presidente del Parlamento Jerzy Buzek ha fatto un mezzo passo indietro, accettando che l’Olaf indaghi ma mantenendo il divieto all’accesso ai locali del Parlamento. Insomma, va bene indagare, ma non troppo e soprattutto non troppo da vicino.

Nel frattempo i gruppi politici hanno cercato di fare pulizia al loro interno alla bella e meglio. Durissima la reazione di Martin Schulz, leader dei socialisti e già designato a succedere a Buzek alla presidenza, che ha decretato la sospensione di Adrian Severin dal gruppo socialista auspicando le sue pronte dimissioni. “Indipendentemente dall’esito delle indagini, Severin ha una posizione importante sia nel suo Paese che a livello internazionale, e conosce perfettamente cosa questo implichi politicamente e moralmente”.

Secondo Andy Rowell di Alliance for Lobbying Transparency and Ethics Regulation (Alter Eu), questo scandalo era inevitabile: “I politici a Bruxelles hanno relazioni troppo intime con i lobbisti delle grandi imprese. Quanto venuto a galla potrebbe essere solo la punta dell’iceberg”.