Ci provò anche Saddam Hussein, a rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, ma gli andò male: il suo ricorso contro i Paesi della coalizione che avevano attaccato l’Iraq, fra cui l’Italia, venne giudicato “inammissibile”. E sappiamo tutti com’è poi andata a finire la storia: tragicamente, per il presidente iracheno rovesciato dall’invasione.

Il precedente non è proprio incoraggiante, se Silvio Berlusconi volesse davvero avviarsi sul cammino di Strasburgo, come pare suggerire il ministro degli esteri Franco Frattini con l’avallo del ministro della giustizia Angelino Alfano (“Le parole di Frattini sono sempre ponderate: se lo ha detto, c’è da crederci”). Il responsabile della Farnesina, magistrato di formazione, afferma che la violazione della privacy è materia da Corte europea e dice il ricorso di un premier contro il proprio Paese non sarebbe «straordinario» perché «ogni cittadino ha diritto di sollecitare tutela al giudice competente».

Adusi ai ricorsi più astrusi, i funzionari della Corte non strabuzzano gli occhi all’annuncio di Frattini e non danno corda a chi, in Italia, definisce «ridicola» l’iniziativa. Anzi, tirano fuori dai loro computer una lista bell’e pronta di tutti gli (ex) capi di Stato o di governo che hanno chiamato in giudizio il loro Paese: ci sono casi in Russia e in Lituania, in Bulgaria e in Grecia, anche in Germania. Ma – attenzione! – s’è sempre trattato di leader non più al potere. Mr B. sarebbe il primo leader in carica a citare in giudizio il proprio Paese (a meno che non voglia prima dimettersi).

Può farlo? In linea di principio, nulla osta. Il servizio stampa della Corte europea spiega: “Le persone che ritengono che loro diritti garantiti dalla Convenzione europea dei diritti umani siano stati violati da uno Stato che aderisce alla Convenzione possono portare il loro caso davanti alla Corte”. Però, per essere ammissibili, i ricorsi devono soddisfare alcuni requisiti. Uno, in particolare, ci riguarda, o almeno riguarda Silvio e i suoi paladini: prima di essere portato alla Corte di Strasburgo, il caso deve essere stato giudicato nel Paese competente da tutti i livelli di giurisdizione possibili, fino al più alto. E, dunque, se Mr B. vuole la giustizia europea, deve prima lasciarsi giudicare da quella italiana: non c’è alternativa.

Una volta che il ‘caso Ruby’ arrivi, ma forse è più corretto dire, a questo punto, arrivasse, a Strasburgo, la lista d’attesa è lunga quanto nei tribunali italiani, pure spesso qui condannati per la loro lentezza. All’inizio dell’anno, i casi pendenti erano 139.650, oltre la metà dei quali riguardano Russia, Ucraina, Romania e Turchia; mentre le sentenze pronunciate nel 2010 sono state 1.499 (riguardanti 2.607 ricorsi). Con la Russia, la Turchia e la Polonia, l’Italia è il Paese che, da quando la Corte esiste, nel 1959, vi ha subito più processi e più condanne.