Calenda e i soldi alla Fondazione Einaudi: “Gli altri finanziano sagre, noi cultura”. E l’ente blocca chi fa domande sui social
“Gli altri partiti con la legge di bilancio finanziano sagre di paese, noi progetti per il recupero della scrittura e per la democrazia nei Balcani. Mi sembra più interessante”. Raggiunto dal Fatto, Carlo Calenda rivendica il maxi-contributo pubblico regalato dal suo partito alla Fondazione Luigi Einaudi, il think tank liberista che sosterrà la sua corsa alle prossime Politiche: come abbiamo raccontato, grazie a due emendamenti di Azione alla manovra, l’ente riceverà 1,2 milioni in due anni per progetti quali “l’attivazione di scuole di liberalismo nelle repubbliche balcaniche” e “lo svolgimento di attività di studio e ricerca sul valore della scrittura in corsivo”. Un finanziamento che pone una seria questione di opportunità, visto il recente patto elettorale tra i due soggetti: il presidente della Einaudi, l’avvocato Giuseppe Benedetto, ha esortato le forze liberali a coalizzarsi intorno a Calenda, il quale, in più interviste, ha indicato la Fondazione come parte della futura coalizione centrista. Interpellato, l’ex ministro ora aggiusta il tiro: “La Fondazione Einaudi non può essere un soggetto politico né lo vuole essere. È un nostro riferimento culturale, come erano un tempo le fondazioni per tutti i partiti. Non so nemmeno se avremo dei candidati a loro riferibili”, dice. Perché allora citarla come un membro della coalizione? “Ho citato uno dei soggetti della nostra area di riferimento, con cui stiamo facendo battaglie comuni molto belle e importanti. Ma per statuto non possono fare politica”, risponde.
Il leader di Azione difende la scelta di finanziare la Einaudi attraverso il bilancio dello Stato, attingendo al tesoretto che ogni anno viene messo a disposizione dei partiti per le cosiddette “mance“. “È la prima volta che usiamo questi soldi, in passato non lo abbiamo mai fatto. Sono contento di averli dati a una fondazione culturale per dei progetti importanti, soprattutto perché gli altri partiti usano il fondo per fare cose abbiette, tipo finanziare la sagra della salsiccia di Pordenone“, attacca. Il problema, gli facciamo notare, è che la fondazione foraggiata da Azione, pochi mesi dopo, si è schierata esplicitamente a sostegno di Azione. “Ma perché, con la sagra della salsiccia e la bocciofila non è la stessa cosa? È soltanto un meccanismo più paraculo e clientelare, dove poi si chiede in cambio ai soci della bocciofila di votare Tizio o Caio. Qui stiamo parlando di un legame culturale aperto, apertissimo, e di contributi che non saranno erogati a fondo perduto, ma per realizzare progetti già esistenti. Se non rendicontano come li usano vanno in galera”, afferma.
La questione, nel frattempo, ha innescato una zuffa social in corso da giorni su X, la piattaforma preferita del microcosmo liberal-centrista. Il giorno dopo l’uscita del nostro articolo, il think tank ha replicato con un post sul proprio account: “Abbiamo ripetuto fino alla noia, centinaia di volte, che la Fondazione Einaudi in quanto tale non è un partito e dunque non può presentarsi alle elezioni. Comprendiamo che tanti amici di cultura liberale ci chiedano di fare un passo in più. Ma la Fondazione è e resterà una fondazione culturale”, si legge. “Riceviamo finanziamenti pubblici e privati esposti con assoluta trasparenza sul nostro sito, andando perfino ben oltre a quanto impongano le norme in vigore in materia”, si difende la Einaudi. E rivendica, di fatto, la discesa in campo alle prossime elezioni: “Nessuno si illuda di poterci impedire di diffondere e sviluppare le nostre idee, anche auspicando una sempre più consistente proiezione parlamentare. Appoggeremo con idee e proposte concrete qualunque progetto e iniziativa ci convinca al fine di rafforzare l’area di cui siamo in Italia il cuore pulsante”.
Il comunicato non ha però convinto vari utenti della stessa area politica, che hanno chiesto spiegazioni pubbliche sul finanziamento e sui rapporti con Azione. Richieste a cui la Fondazione ha reagito ben poco enaudianamente, parlando di “volgare agguato” da parte di “ben individuati personaggi” e bloccando in massa decine di follower che avevano sollevato dubbi o critiche. Tra le vittime dell'”epurazione” c’è Ugo Arrigo, professore di Scienza delle finanze all’Università Bicocca di Milano, che aveva chiesto “undoveroso chiarimento liberale e tra liberali”: “La Fondazione fa un importantissimo lavoro culturale e non mi scandalizzo certo se riceve fondi pubblici. Il problema sorge però se diviene un attore politico, o se qualcuno si comporta come se lo divenisse e nello stesso tempo è anche il promotore dell’erogazione di fondi pubblici in suo favore. Questo è un cortocircuito bello e buono e bisogna riconoscere che è anche molto poco liberale“, ha scritto, guadagnandosi il ban immediato. Stesso destino per Pierluigi Selvaggi, ricercatore neuroscienziato e attivista di Ora!, il movimento dell’economista Michele Boldrin: “1,2 milioni è una cifra tipicamente assegnata per singolo ricercatore dal ministero dell’Università attraverso bandi di ricerca competitivi. Forse questi “progetti” avrebbero potuto seguire quei canali. Ma in quel caso sarebbe stato necessario competere con altri ricercatori e dimostrare la bontà e la rilevanza delle proprie idee”, nota.