Troppe donne uccise in pochi giorni: il femminicidio esiste, anche se qualcuno vorrebbe abolirlo
di Samanta Di Persio*
Femminicidio. C’è chi vorrebbe abolirlo e chi invece lo cerca come termine sulla Treccani, tanto da essere il vocabolo più consultato nel 2026. Donne uccise da uomini, perché sono donne. Ecco che cosa vuol dire.
Il termine femminicidio, nell’accezione comunemente intesa, inizia a diffondersi in Italia a fine anni ’90, inizio del 2000. Prima si parlava di “violenza domestica” o “delitti passionali”, termini che nascondevano la dimensione di genere del fenomeno: erano omicidi di donne per motivi di controllo e/o possesso. Il reato di femminicidio nel nostro Paese è stato introdotto il 25 novembre dello scorso anno, nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Era necessario?
Se pensiamo alla Costituzione che riconosce l’uguaglianza dei sessi, lo stesso codice penale tutela la persona in quanto tale, quindi uomo e donna dovrebbero essere sullo stesso piano: verrebbe da dire no, ma il diritto non va di pari passo con la cultura. Quest’ultimo aspetto è evidente ogni qualvolta che si crea uno scontro nel dibattito pubblico su temi pacifici che dovrebbero essere riconosciuti universalmente da tutti.
L’introduzione, appunto, del reato autonomo di femminicidio nell’ordinamento italiano è avvenuta tramite l’articolo 577-bis del codice penale e neanche dopo qualche mese è nata la polemica sulla sua efficacia, in quanto nel primo trimestre del 2026 soltanto tre omicidi rientravano nella casistica. A distanza di qualche mese, nel rapporto sul I semestre, i femminicidi sono otto. Il leader di Futuro Nazionale è stato il pioniere di questa tesi.
Manco a dirlo, in un mio post in cui ribadivo che i femminicidi esistono, mi sono ritrovata il commento in cui venivano citati i dati di questo rapporto e dunque la non necessità della norma ad hoc. Ma analizzando bene il monitoraggio ministeriale ci sono altre vittime femminili che rientrano fra gli omicidi volontari ex 575 c.p., e i numeri aumentano. Però l’informazione che è passata, purtroppo, è stata un’altra.
Oggi piangiamo ancora altre quattro donne, quattro vite, quattro storie: Maria, 75 anni; Ornella, 46 anni; Michela, 47 anni e Tania, 39 anni. Tania è stata vittima non solo dell’uomo che l’ha uccisa, ma anche di tutti coloro a cui si era rivolta. Fa ancora più rabbia, rende l’idea dell’impotenza. L’ex partner era stato segnalato più volte alle forze di polizia, era stato ammonito, i vicini erano stati allertati, tutti sapevano. Tania aveva fatto tutto quello che poteva fare e non è stato sufficiente.
Accade tante volte. Ricordo benissimo Laura, conosciuta qualche anno fa in un centro per l’impiego, una donna che ad ogni incontro aveva il terrore negli occhi. Era riuscita a liberarsi da suo marito, era diventata autonoma con tanta fatica, aveva denunciato il suo ex marito, ma lui si presentava da lei con sfida sventolandole il suo braccialetto elettronico. Quest’ultima storia la sappiamo in pochi perché fortunatamente non è diventata qualcosa di irreparabile. Però è chiaro che siamo ancora lontani dal traguardo che vorremmo raggiungere perché non c’è un intervento strutturale sul problema, specie se abbiamo esponenti politici che vogliono minimizzare o nascondere la realtà.
O peggio se, in base al sentire comune, pensano che sia sufficiente una campagna di informazione che inserisca il numero antiviolenza persino sulle salviette struccanti. Il dibattito sull’educazione affettiva è ancora in piedi e il rispetto per l’altro dovrebbe essere non solo naturale, ma qualcosa che arricchisca e formi per il raggiungimento di un’uguaglianza, oltre che formale, sostanziale.
Il linguaggio, che oggi perde forma e consistenza, è invece ancora l’unico strumento che abbiamo. Infine, anche la giustizia dovrebbe essere tale perché se una donna denuncia e poi non viene tutelata abbiamo perso in partenza.
*scrittrice