Gli scontri fra i manifestanti anti Mubarak e i suoi sostenitori continuano in piazza Tahrir. E’ di due morti e 300 feriti il bilancio di una sparatoria avvenuta nel pomeriggio, secondo la tv araba al-Jazeera, che riferisce anche di colpi d’arma da fuoco sparati da “cecchini” appostati sui tetti attorno alla piazza. Fonti mediche parlano poi di uno straniero morto dopo essere stato picchiato ripetutamente. Decine di funzionari delle Nazioni Unite hanno lasciato il Paese perché la situazione sta diventando sempre più instabile. Intanto è iniziata la caccia ai giornalisti stranieri da parte dei sostenitori del presidente Hosni Mubarak: secondo la rete Al Arabiya decine di loro hanno fatto irruzione all’hotel Hilton del Cairo, dove risiede la maggioranza dei corrispondenti stranieri. Un cronista svedese è stato accoltellato e ora è grave. Una ventina di giornalisti sono poi stati messi in stato di fermo dalle autorità, tra cui un cronista e una fotografa del Washington Post e tre reporter della tv polacca Tvp. L’emittente inglese Bbc ha denunciato il sequestro dell’equipaggiamento di una sua troupe, mentre l’americana Cnn ha reso noto che alcuni suoi giornalisti in servizio al Cairo sono stati attaccati da manifestanti pro-Mubarak, e sono state sequestrate e distrutte le registrazioni e i filmati che avevano appena girato. Sono stati arrestati anche alcuni membri delle organizzazioni in difesa dei diritti umani Amnesty International e Human Rights Watch, tra cui il marito della giornalista Lucia Annunziata.

Secondo il ministero della Sanità, nella notte gli scontri tra manifestanti pro e anti Mubarak in piazza Tahrir hanno causato 13 morti e 1.200 feriti.

In mattinata il primo ministro Ahmed Shafiq ha annunciato l’apertura di una inchiesta sulle violenze di ieri mentre il vicepresidente Omar Soliman, che ieri sera aveva detto che non ci sarebbe stato nessun dialogo con le opposizioni finché i manifestanti rimanevano in piazza, ha annunciato una ripresa di contatti con le opposizioni. Secondo la Cnn online, Shafiq si è anche scusato per le violenze commesse ieri sui manifestanti. “E’ stato un errore fatale e quando le indagini chiariranno chi è dietro questo crimine e coloro che lo hanno permesso, prometto che saranno ritenuti responsabili e puniti per quello che hanno fatto”, ha detto il primo ministro.

L’apertura è però stata seccamente respinta da Mohamed El Baradei e dai fratelli musulmani che hanno ribadito la richiesta di sempre: “Prima di sedersi la tavolo, il rais se ne deve andare”. Nel frattempo si è diffusa la notizia che una ventina di esponenti di Hezbollah detenuti in un carcere al Cairo sono riusciti a evadere e hanno già raggiunto il Libano. Continuano le aggressioni nei confronti dei giornalisti stranieri, da ieri obiettivo di aggressioni da parte dei sostenitori di Mubarak che cercano di impedire a cameraman e fotografi di riprendere quanto sta avvenendo su piazza Tahrir.

Amnesty International ha chiesto alle autorità egiziane di proteggere il diritto di manifestazione pacifica. Una missione di ricerca dell’organizzazione, presente in questi giorni in Egitto, ha riferito che la violenza è apparsa orchestrata dalle autorità, nel tentativo di sopprimere le proteste pacifiche in favore di riforme politiche. “L’esercito sembra stia venendo meno al suo impegno a proteggere i manifestanti pacifici”, ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnestyl. “Il fatto che si consenta alle violenze di proseguire in presenza dei soldati fa venire il dubbio che questi abbiano ricevuto ordini di non interferire”. Gli scontri tra manifestanti costituiscono un modello ricorrente della violenza politica in Egitto, organizzata dalle autorità per sedare e disperdere le proteste. Nelle tornate elettorali degli anni scorsi, Amnesty International aveva documentato come le autorità avessero assoldato bande di criminali per intimidire coloro che si recavano al voto e disperdere manifestazioni dell’opposizione.

(ER)