La vicenda dura da almeno 9 anni, ma è appena giunta a un nuovo punto di svolta. La premessa è che concentrazioni eccessive di arsenico generano rischi sanitari, come spiega il Comitato scientifico dei rischi sanitari e ambientali della Commissione Europea (SCHER). In particolare, una concentrazione di arsenico nell’acqua potabile superiore a 20 μg/l potrebbe causare alcune forme di cancro. Così, fin dal 2001 l’Europa fissa in 10 μg/l la concentrazione massima di arsenico tollerabile nell’acqua somministrata per l’uso ai cittadini. L’Italia recepisce la direttiva con il Decreto Legislativo n.31/2001: i gestori hanno tempo fino al 25 dicembre 2003 per mettersi in regola con il nuovo parametro.

Alla fine del 2003 il problema non è risolto. La direttiva europea prevede che, sotto la responsabilità dello Stato italiano, possano essere concesse due deroghe, entrambe della durata massima di tre anni. Detto fatto: provvede il ministero della Sanità, con decreto da adottare di concerto con il ministero dell’Ambiente. Ovviamente, su motivata richiesta delle Regioni. Ma nemmeno il 29 dicembre 2009 il problema è risolto. Così, l’Italia chiede di andare in deroga una terza volta (la richiesta è per 128 comuni, per un valore di 50 μg/l. 90 sono nel Lazio) e, nel frattempo, mantiene lo status quo per ordinanza del ministero della Salute.

Ma questa volta, è l’Unione Europea che si deve esprimere. Il 28 ottobre 2010, L’Europa dice basta. Niente più deroghe. Ne vengono concesse solamente 8, a 4 comuni per un limite di 20 μg/l  e a 4 per un limite massimo di 15 μg/l, anche se il parere dello SCHER non è unanime: secondo alcuni membri, si tratta comunque di quantità troppo pericolose. A questo punto, in particolare nel Lazio, qualcosa bisogna pur fare. Cominciano a comparire microderoghe comunali e campagne “informative” decisamente curiose. Per esempio, il 24 novembre 2010, sul sito di Acqualatina S.p.a. il valore di 10 μg/l viene definito valore indicativo (non vincolante) e vengono diffusi dati rassicuranti alla popolazione.

Così, i comitati per l’Acqua pubblica si danno da fare e scrivono a Helmut Bloech, Direttore generale ambiente della Commissione Europea per chiedere chiarimenti. La risposta di Bloech è perentoria e chiarisce:  “Il parametro di 10 μg/l per l’arsenico non è volontario ma obbligatorio. […] Una terza deroga può essere concessa solamente dalla Commissione europea e non dalle autorità nazionali […] La Commissione non ha concesso alcuna deroga per l’arsenico per l’approvvigionamento idrico della provincia di Latina perché la richiesta delle autorità italiane concerneva un parametro di 50 μg/l e non 20 μg/l contrariamente a quanto richiesto dalle autorità italiane per altre località in particolare in Lombardia e in Toscana”. E a questo punto cosa accade? Per risolvere la questione, dopo 9 anni di proroghe, arriva lo stato d’emergenza con Decreto della Presidenza del consiglio dei Ministri del 17 dicembre,  appena pubblicato in Gazzetta ufficiale.

Nel decreto si legge, dopo le premesse: è dichiarato ai sensi e per gli effetti dell’articolo 5, comma 1, della legge 24 febbraio 1992, n.225 (per intenderci, la legge istitutiva della Protezione civile), fino al 31 dicembre 2011, lo stato di emergenza in relazione alla concentrazione di arsenico nelle acque destinate all’uso umano superiore ai limiti di legge in alcuni comuni del territorio della regione Lazio. Al momento non c’è modo di sapere quali siano, questi comuni: l’ambiguità è notevole.

Inoltre, il decreto non stabilisce ancora il nome del commissario straordinario che gestirà quest’emergenza, né quali siano le leggi cui si potrà derogare per risolverla. Bisognerà verificare. E nel frattempo, farsi più d’una domanda in merito (ad agosto, per esempio, raccontammo dell’emergenza amianto in Friuli: si derogava alla legge per lo smaltimento dell’amianto come rifiuto pericoloso). Quel che appare certo è che per, un altro anno, con l’escamotage dello stato d’emergenza, la questione rimarrà sospesa. E da quando il Commissario straordinario verrà nominato, varranno le ordinanze e non più le leggi. Cosa ne penserà l’Unione europea?