Se n’è andato in silenzio, tanto aveva vissuto rumorosamente in gioventù. Captain Beefheart, uno dei musicisti più geniali e influenti del panorama rock degli anni Sessanta e Settanta, è morto ieri in California all’età di 69 anni. Da tempo era affetto da sclerosi multipla.

Nato Donald Van Vliet a Glendale, il 15 gennaio 1941, il futuro Captain Beefheart sin da piccolo si fa notare per le sue spiccate tendenze artistiche. Eccelle soprattutto in pittura e scultura e viene notato dal pittore portoghese Augustino Rodriguez che lo invita al suo programma televisivo, dove il piccolo Don porta le sue sculture di sapone. Trasferitosi con la famiglia nel deserto del Mojave, conosce a scuola uno spilungone italo-americano, Francis Vincent Zappa, che qualche anno più tardi diverrà famoso come Frank Zappa. Poco più che adolescenti i due si ritroveranno coinvolti nel giro dell’underground musicale di Los Angeles e la loro collaborazione sfocerà in dischi imprevedibili e all’avanguardia.

Van Vliet, che nel frattempo ha adottato il nome d’arte di Captain Beefheart, mette su la Magic Band, mentre Zappa forma le Mothers Of Inventions.
La formula musicale di Captain Beefheart si discosta sin dall’inizio dai suoni in voga in quel periodo. Prende il blues e lo stravolge mescolandolo con il rock più fuori dagli schemi e con un’attitudine anarcoide mutuata dal free jazz. In anni in cui la sperimentazione era qualcosa che ancora attirava i giovani, il geniale musicista californiano diventa presto un mito nei circuiti rock.

Del resto, pur non avendo mai conosciuto il successo di massa, il ruolo di innovatore di Captain Beefheart e della sua Magic Band, è riconosciuto unanimemente da critici e dal pubblico più attento. E soprattutto da molti gruppi, Sonic Youth in testa, che nel corso degli anni gli hanno riconosciuto un’influenza determinante. Perché, ed è il caso di ricordarlo, sin dal suo primo disco del 1967, il bellissimo “Safe As Milk”, Van Vliet ha contribuito a cambiare in modo radicale la grammatica del rock e del blues, portando al suo interno testi surreali e una combinazione di rumorismo e attitudine free assolutamente originale.

Ancora oggi un disco ostico e di difficile fruizione come “Trout Mask Replica” del 1969, prodotto dall’amico e sodale Frank Zappa (anche lui innovatore dei linguaggi musicali), è considerato un capolavoro e una sorta di “testo sacro” per le avanguardie.
Subito dopo “Trout Mask Replica” e dopo aver collaborato con Zappa al celebre ”Hot Rats” (1969), Van Vliet continua a pubblicare dischi mai meno che interessanti per tutti gli anni Settanta: tra questi  “Lick My Decals Off, Baby”, “Mirror Man”, “The Spotlight Kid”, “Clear Spot”, “Shiny Beast (Bat Chain Puller)” in cui il gusto per la sperimentazione e il suo vocione roco e cavernoso definiscono i contorni di uno stile inimitabile.

Nel 1982 pubblica l’ultimo album in studio, “Ice Cream For Crow”, poi abbandona per sempre le luci della ribalta e torna definitivamente al suo amore di gioventù: la pittura.

di Roberto Calabrò