Dice il Papa che l’omosessualità è “una grande prova”, come tante altre, del resto, di fronte alle quali una persona può trovarsi nel corso della propria vita. Ma, “non per questo” – aggiunge – “diviene moralmente giusta”. Benedetto XVI lo dice al giornalista tedesco Peter Seewald nel libro-intervista “Luce del mondo”. Si tratta dello stesso testo dal quale, alcuni giorni fa, era stata tratta l’anticipazione sull’uso del profilattico che “in alcuni casi”, sempre secondo Ratzinger, “può essere giustificato”. Insomma, il solito passo del gambero con il quale la Chiesa cattolica, tra aperture fuori tempo massimo e irremovibili preclusioni, da secoli, cerca di orientare e interpretare la società e il pensiero contemporaneo.

Così come la parziale giustificazione del Papa all’uso del profilattico ha fatto quasi gridare al miracolo, la nuova mortificazione che Ratzinger riserva, con le sue ultime dichiarazioni, a milioni di omosessuali in tutto il mondo, comporterà una levata generale di indignazione negli ambienti del progressismo laico. Il fatto è che né l’una nell’altra sortita possono essere considerate, in un senso o nell’altro, davvero memorabili.

La prima, quella contro l’omosessualità, perché ripete ostinatamente un concetto più volte espresso nel corso degli anni, e puntella una posizione che al momento appare granitica in seno alla Chiesa. La seconda, perché arriva in effetti strepitosamente in ritardo rispetto alla storia. Se si pensa infatti che nel 2005, in occasione della relazione annuale sul programma congiunto delle Nazioni Unite contro l’aids, Jim Kim, direttore dell’OMS, dichiarò che “dal 1981, data della sua comparsa, più di 25 milioni di persone nel mondo sono morte per malattie legate all’AIDS, cosa che ne fa una delle epidemie più mortali della storia”, si capisce bene come l’apertura all’uso del profilattico da parte della Chiesa (più che altro uno spiraglio, tant’è che il Papa ha tenuto a precisare che il condom “non è il modo vero e proprio per vincere l’infezione dell’Hiv”) non sia altro che un intempestivo tentativo di mettere una pezza su uno dei più clamorosi abbagli di tutti i tempi.

Del resto, tanto per restare in materia di abbagli storici, furono milioni le donne torturate e uccise per stregoneria dalla Chiesa cattolica nell’arco di cinque secoli, eppure solo nel marzo del 2000 un Papa, Giovanni Paolo II, ha chiesto perdono a nome della Chiesa per i peccati dei suoi appartenenti riguardo all’Inquisizione. E venendo a tempi più recenti, va ricordato il mea culpa di Ratzinger per i casi dei preti pedofili, arrivato solo in questo 2010, nonostante la vastità temporale e quantitativa del fenomeno sempre misconosciuto dagli ambienti ecclesiastici, quando non direttamente occultato.

E questi sono solo due esempi, fra i tanti, dell’endemica difficoltà che la Chiesa di Roma incontra nel giudicare e comprendere la realtà storica in cui, di volta in volta, si esprime il suo mandato. Tutto ciò, nonostante il ravvedimento – termine mutuato nella teologia cristiana dal greco metanoia che significa, appunto, “trasformazione della mente” – sia un principio importante nella predicazione biblica.

Insomma, la storia ci insegna che alla lunga, anche in materia di omosessualità, la Chiesa dovrà fare un passo indietro, ritirare i suoi anatemi, e smetterla di avvalorare discriminazioni, velate o meno, sulla base dell’orientamento sessuale delle persone. Questione di tempo, tanto forse, pur sapendo già che nel frattempo nuove contese di carattere etico, magari ancora inimmaginabili per noi contemporanei, si apriranno fra la Chiesa e la società degli uomini.