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di Riccardo Orioles | 22 novembre 2010

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Mafia e Stato: il patto

Andreotti Giulio, anni dieci. Berlusconi Silvio, anni otto. Cuffaro Salvatore detto Totò, anni sette. Lombardo Raffaele, anni due e mesi sei…”.

No, non è quello che stavate pensando. E’ semplicemente il numero degli anni in cui la Repubblica Italiana e la Regione Siciliana sono state governate da politici ufficialmente e giudiziariamente in contatto con mafiosi. Per un terzo della nostra  storia civile, quindi, siamo stati comandati da gente che s’intendeva coi mafiosi. Questo è il Patto.

Il Patto non esclude patti minori – anzi, li esalta – ma non coincide con essi. Questi ultimi possono essere considerati delle patologie del sistema, ma il Patto è una fisiologia.

Uccidere Falcone, ad esempio, può essere stata una scelta eccezionale, una patologia. Ma se ciò è stato fatto per  impedirgli di portare Badalamenti (tramite Buscetta) a rivelare gli incontri tra Cosa Nostra e il Governo – rivelazioni che ora sono agli atti della Storia ma vent’anni fa avrebbero rivoluzionato il Paese – uccidere Falcone allora non sarebbe più una decisione occasionale, un caso estremo, ma una componente fisiologica, necessitata, del Patto. Lo stesso per Borsellino, ucciso dalla mafia ma non per essa.

Il Patto, agli albori della Repubblica, consiste in questo: l’Italia è un paese civile, con libere elezioni, ma fino a un certo punto. Mezza Italia resta pre-repubblicana, feudo senza diritti del grande latifondo. L’altra metà è repubblica, ma con un confine preciso: in nessun caso può andare al governo il partito dei lavoratori dipendenti, che per ragioni storiche si chiamava comunista.

Entro questi binari, la vita della repubblica andava avanti tranquilla. Un nord corporativo e democratico, e tutto sommato europeo, in cui lo Stato finanziava gli imprenditori e questi garantivano la piena occupazione. Un sud largamente autonomo ma non ribelle, in cui i grandi proprietari terrieri si evolvevano in “imprenditori” e i loro armati in moderni mafiosi. Due insiemi collegati dalla Dc e dall’emigrazione.

Nei momenti di crisi (l’occupazione delle terre, l’autunno caldo) s’interveniva con mezzi forti: Portella delle Ginestre, Piazza Fontana. Ma erano casi estremi. A poco a poco la crisi rientrava (i contadini emigravano, gli operai accettavano la ristrutturazione industriale) e tutto tornava nella normalità. Che era una normalità italiana, legata al Patto.

* * *

Il nostro – sto parlando del Sud: ma ormai arriva a Milano – è un Paese antichissimo, molto più antico della politica. Da noi la destra non è quella parte del parlamento che siede alla destra dell’onorevole speaker, è proprio il padrone feroce, nato sulla zolla; e la sinistra non è un club di gentlemen riformisti, è generazioni infinite di contadini. La paura, la fame, muovevano reciprocamente i due mondi.

Certo: poi venne De Gasperi, venne Togliatti; ci siamo inciviliti parecchio, nei nostri anni belli, prima di diventare quel che siamo. Ma l’imprinting è quello: una lotta di classe a volte umanamente “politica”, altre volte feroce. In altri Paesi simili (la Grecia del dopo-guerra, la Spagna di Franco) questa lotta di classe fu risolta con stragi di centinaia di migliaia di cittadini. In Italia col Patto.

* * *

A Brescia, in questi giorni, sono accadute – per singolare coincidenza, quasi insieme – due cose che ci ricordano cos’è stato in pratica, e cosa ancora è ogni volta che gli si lascia via libera, la gestione del potere in questo paese. Sono stati esiliati d’autorità, con un ottocentesco foglio di polizia, i capi di una pacifica manifestazione di operai; ché  tali erano i senegalesi della gru, prima ancora che forestieri o immigrati: operai.

Ed è stata definitivamente dichiarata impunita la strage del maggio ’74 di Brescia, di trentasei anni fa. Otto italiani ammazzati, feriti più di cento: la giustizia, impotente, alza le braccia.

Perseguitati gli operai, liberi e trionfanti gli stragisti: questo è lo stato del mio Paese nell’anno di grazia 2010. Non sarà la politica piccola a sollevarlo.

Maroni, spingendo Tremonti, tradisce Berlusconi in proprio o per conto di Bossi? Chi ha spinto la Carfagna a quest’ultima storia di Bocchino? Lombardo è più o meno mafioso di Cuffaro?

E che ce ne frega. Pensiamo alla politica seria, almeno noi. Cacciare Berlusconi, deridere i suoi cortigiani, sberlursconizzare  la sinistra: vi pare un programma da niente?

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