E’ da quando ho 3 anni che sento parlare di alluvioni, essere nato nel delta del Po significa sapere cosa vuol dire l’acqua in casa. I miei si sono sposati nel ’58 all’asilo, perché la chiesa era sott’acqua. Il collegio di Feltre in cui ho iniziato le elementari aveva diviso i bimbi in tre categorie: permanenti, estivi e alluvionati. L’acqua invade da sempre case e strade. Si può evitare? Forse no, anche se a volte sì. Si può prevedere? Forse sì. Alcune delle vie inondate a Padova dall’esondazione del Bacchiglione si erano già allagate a maggio e amici mi dicono che era già successo altre volte con piogge abbondanti.

Qualcuno ha sbagliato qualcosa. Sicuramente la gestione del territorio è disastrosa anche in una regione governata da gente che del territorio si riempie la bocca fino a divenire stomachevole. La cosa più interessante di questo dramma, perché di dramma si tratta, di attività chiuse, di case abbandonate, di gente che avrà problemi per mesi se non per anni, è che i giornali e i telegiornali non l’hanno trovata una notizia interessante. Al punto che gli stessi veneti che non erano toccati direttamente dalla cosa hanno continuato a non preoccuparsene finché qualcuno (per lo più testate locali) non ha aperto loro gli occhi. E’ triste renderci conto una volta di più che viviamo in un paese nel quale se una cosa non la dice la tv non esiste. Certo, non ci sono stati i morti che rendono così succulente le nostre serate di news, e nemmeno quel gusto pecoreccio che è ormai caratteristica fissa dei nostri programmi di approfondimento politico riempiendoli di bagasce e magnaccia. Forse qualche amministratore leghista ha anche sovieticamente pensato che non era il caso di diffondere l’immagine un po’ retrò di un Veneto sommerso e piangente. Ora, persino chi ha votato Lega credendo alla balla dei politici fuori dal coro, tocca con mano cosa significa essere parte debole del paese, avere bisogno dei soldi degli altri.

Devo dire che non è comunque edificante il coro di quelli che, anche a sinistra, dicono “Volete tenervi tutto? Tenetevi l’alluvione e non rompete le balle”. Non c’è in queste dichiarazioni niente di diverso da chi, a destra, dice che l’immondizia a Napoli se la meritano perché hanno votato la Jervolino. E’ come se l’idea della punizione del cielo sopravvivesse anche fuori dalle chiese di stampo medievale. Nessuno si merita l’alluvione, nessuno si merita di finire nel fango, nemmeno se ci sta antipatico, nemmeno se lo riteniamo un nemico.

Ora che il governatore ultralocalista di questa regione ha deciso di sospendere la propria vocazione federalista finché non arrivano i soldi da Roma, soldi intendiamoci, che vengono anche dalle tasse dei siciliani, dei calabresi, dei campani perché persino in quelle regioni c’è gente che paga le tasse, abbiamo alcune cose da imparare da questo disastro:

1) Il territorio non ha colore politico, esige rispetto e va gestito da persone che lo amano veramente e non da affaristi pronti a cementificare anche la nonna. Sarebbe anche il caso di non cambiare criteri di protezione del territorio a seconda di come cambiano le amministrazioni.

2) I telegiornali come mezzi di diffusione delle notizie sono sempre più inutili. Ci sono molte più informazioni in una paginetta di facebook che in mezz’ora di telegiornale. Inoltre sarebbe bene ripristinare una regoletta utilissima: a tavola e a letto non si guarda la tv.

3) Nessuno può pensare di tenere alla porta i problemi. Sentirsi parte di una comunità, di una nazione, significa poter contare sugli altri in caso di bisogno, ma anche essere pronti a capire e aiutare persone e territori che, per colpa o per disgrazia, si trovano in difficoltà.