Vincenzo Consoli è un banchiere rampante. Un’eccezione, di questi tempi, quando la gran parte dei suoi colleghi segna il passo. E qualcuno, come Alessandro Profumo, perde anche il posto. Consoli invece no. Consoli corre. Consoli compra. Consoli scambia, ristruttura, fonde. E tanta fatica, a quanto pare, è stata premiata generosamente. L’anno scorso, un anno di crisi economica, il numero uno di Veneto Banca ha ricevuto qualcosa come tre milioni e 700mila euro di compensi. Una somma che lo colloca ai primissimi posti nella classifica dei manager meglio pagati d’Italia, subito alle spalle di Corrado Passera, il gran capo di Intesa, la banca più importante del Paese. Mica male per un ragioniere, classe 1949, partito dalla natia Miglianico, in Basilicata, e approdato una ventina di anni fa alla Popolare di Asolo e Montebelluna, marca trevigiana, Nordest profondo, un angolo d’Italia lontano dai luoghi della grande finanza, dai salotti buoni e dalla Borsa.

Nel frattempo quella banchetta di provincia ha cambiato nome. Adesso si chiama Veneto Banca, ma continua a definirsi “local”, con le radici ben piantate nel suo territorio d’origine, tra le piccole e piccolissime imprese. Anche se ormai, a forza di crescere e di comprare altri istituti, le radici della vecchia Popolare di Montebelluna si sono estese a buona parte della Penisola. E Consoli, da tredici anni in sella, prima come direttore generale e poi anche amministratore delegato, adesso gestisce una corazzata con 47 miliardi di raccolta, 6.200 dipendenti e 575 filiali, di cui solo un terzo nel Nordest, il resto in Lombardia, Piemonte, Marche e poi giù fino in Puglia e Basilicata. Non manca neppure una discreta presenza all’estero, in Romania, Moldavia, Croazia e Albania. Tutti Paesi non facili dal punto di vista creditizio, ma meta frequente di molti imprenditori nostrani, soprattutto del Nordest, a caccia di investimenti a buon mercato.

Consoli è uomo di poche parole, fino a poco tempo fa praticamente sconosciuto nei circoli dell’altra finanza. Dalle sue parti, però, il capo di Veneto Banca governa come un sovrano assoluto. E come ogni sovrano di recente si è concesso anche qualche lusso. L’anno scorso, per esempio, si è comprato un immobile d’epoca nel centro storico di Vicenza. Il prezzo si aggirava intorno ai quattro milioni di euro. Pagati come? Semplice: Consoli ha chiesto un mutuo in banca. La sua. Che gli ha prontamente accordato un prestito di 3 milioni, con le facilitazioni riservate ai dipendenti, a un tasso dell’1,5 per cento annuo. Qualche anno fa, nel 2006, lo stesso Consoli aveva beneficiato di un’altra apertura di credito per 2,5 milioni concessa, anche quella volta, da Veneto Banca. Il banchiere ama anche la campagna. Una società che fa capo alla moglie nel 2008 ha rilevato una grande masseria in Puglia. Un acquisto importante, da tre milioni di euro e più. E anche in questo caso tra i finanziatori della società acquirente troviamo Veneto Banca.

Questi però sono affari riservati. Tutte manovre che si svolgono rigorosamente dietro le quinte. Per il suo pubblico, per le migliaia di soci della banca che ogni anno lo acclamano in assemblea, Consoli rimane il manager vincente partito da Treviso, anzi, da Montebelluna, alla conquista d’Italia. Anche la Lega lo corteggia, vorrebbe farne uno dei suoi, un banchiere padano in servizio permanente effettivo. Nell’aprile scorso, all’ultima assemblea dei soci, il neo governatore veneto, il leghista Luca Zaia, si è presentato apposta per tessere le lodi dell’istituto trevigiano e del suo capo. Consoli però non è uno sprovveduto. E finora si è ben guardato dal farsi coinvolgere: rapporti cordiali, ma niente di più, forse perchè non può fare a meno di ricordare le sue origini meridionali. D’altra parte al banchiere non fa difetto qualche buon aggancio nei palazzi romani, come dimostra l’ottimo rapporto con il giornalista tv Bruno Vespa, che è anche diventato azionista della banca con un pacchetto di azioni valutato intorno agli otto milioni di euro.

Il boom di Veneto Banca, quello vero, è storia recente, con una decina di acquisizioni nell’arco di quattro-cinque anni. Le ultime della serie, completate tra il 2008 e il 2010, sono le più importanti: Popolare di Intra, BancApulia, Cassa di Fabriano, la torinese Banca Intermobiliare. In sintesi, vuol dire che dal 2006 la raccolta è più che triplicata. La campagna acquisti ha lasciato il segno nel bilancio di Veneto Banca. L’avviamento delle società comprate pesa sui conti per oltre 1,2 miliardi di euro e molti analisti ritengono che Consoli abbia pagato troppo cara la sua espansione a passo di carica. Non per niente le società di rating Standard & Poor’s e Fitch hanno di recente declassato da stabile e negativo il giudizio sulle prospettive di sviluppo del gruppo con base a Montebelluna. Alcune delle banche acquistate hanno bisogno urgente di cure per rimettere in sesto i bilanci. Il rilancio quindi si presenta tutt’altro che semplice. A maggior ragione in una fase di crisi economica.

Il capo di Veneto Banca ha però fin qui sempre respinto al mittente ogni critica. “Siamo solidi”, ripete sempre. E a quanto pare non teme neppure la recessione che minaccia il mondo delle piccole imprese a cui si rivolge il suo istituto. I bilanci di Veneto Banca fin qui gli hanno dato ragione. Nel 2009 i conti hanno tenuto. L’utile di gruppo è addirittura aumentato da 116 a 121 milioni, ma bisogna tener conto di un’ottantina di milioni di proventi straordinari ( e quindi non ripetibili) derivanti dalla vendita di partecipazioni. Nel primo semestre del 2010 i profitti sono rimasti in linea (42 milioni) con quelli registrati l’anno scorso, anche in questo caso grazie a una decina di milioni di incassi straordinari. La scommessa più rischiosa, comunque,sarà quella di riuscire a integrare in un unico gruppo tante banche così diverse tra loro. A Treviso, come sempre, si fidano di Consoli. La Banca d’Italia però lo marca da vicino. E pochi mesi fa, al termine di una lunga ispezione, ha sanzionato l’amministratore delegato di Veneto Banca per “carenze nei controlli interni e nell’organizzazione”. La multa ammontava a 12 mila euro. Poca cosa davvero per il milionario Consoli.

da il Fatto Quotidiano del 10 novembre 2010