“Una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta”. Il celebre aforisma è un’efficace descrizione del rapporto, quasi carnale, fra la lingua di una comunità e il territorio nel quale è parlata: rappresenta l’identificazione con una nazione, con uno Stato. Ma cosa accade quando questa supposta integrità linguistica su cui si vuole fondare lo Stato viene messa in discussione dallo straniero? Cosa accade allorché un mondo intero, pregno di significati nuovi e altri, sbarca – letteralmente – sulle nostre coste? E’ questa la letteratura della migrazione, al centro del convegno “Leggere il testo e il mondo. Vent’anni di scritture migranti in Italia”, a Bologna, alla Biblioteca Salaborsa, domani e venerdì.

La Lega Nord è l’esempio più recente di un utilizzo spregiudicato di questo rapporto che attraverso una lingua o addirittura un dialetto vuol costruire un’identità, anche geografica. “Vent’anni”, racconta, il prof. Fulvio Pezzarossa, organizzatore del convegno, “conteggiati a partire da una data simbolica, cioè dal 1990, l’anno in cui furono pubblicati i primi due libri che hanno colpito l’attenzione della critica. ‘Immigrato’, di Mario Fortunato e Salah Methnani (Bompiani) e ‘Io, venditore di elefanti’, di Pap Khouma, per la cura di Oreste Pivetta (Baldini Castoldi Dalai) ”.

Venti anni di produzione letteraria che consentono di leggere in controluce la storia del fenomeno dell’immigrazione in Italia. Perché lo scandiscono, anche nelle sue diverse ondate migratorie.  Inizialmente si tratta per lo più di autori maghrebini o del Nord Africa, poi arriva l’ondata degli albanesi, in seguito è la volta dei paesi dell’est. Oggi sono molti i rumeni e una delle tematiche più ricorrenti è quella della condizione delle badanti. Attraverso questa letteratura è possibile ricostruire i vari passaggi dell’integrazione (o, meglio, della mancata integrazione) e le trasformazioni della società italiana che, da una prima reazione sbigottita ma anche ospitale, si chiude sempre più, alza i toni, costruisce steccati. In una parola: emargina.

È interessante poi notare che, mentre la società arretra e si indurisce, la figura dell’immigrato-scrittore progressivamente si emancipa, anche come soggetto creativo. Negli anni Novanta i primi volumi pubblicati sono per lo più incentrati sulla dimensione di testimonianza, di racconto delle disavventure e delle traversie del viaggio e dell’approdo; sono scritti a quattro mani, con il supporto di uno scrittore o giornalista italiano. Ma, spiega Pezzarossa, “è tra il 1994 e il 1995 che si ha un momento fondamentale di passaggio. Grazie all’associazione Eks&Tra, che bandisce il primo concorso italiano per scrittori della migrazione e viene sepolta da un’enorme quantità di titoli e proposte di poesia e narrativa”. Basta con l’assistenza per la scrittura e basta anche con la testimonianza: è una fioritura di testi autonomi, dotati di spessore creativo, letterari in senso stretto. Anche la lingua italiana si rianima in questi libri: “Acquista freschezza, vivacità, perché è un italiano non imparato attraverso percorsi standard”, ma contaminato con altre lingue e rivitalizzato da immaginari totalmente inediti.

Resta tuttavia innegabile il ritardo rispetto a paesi come la Francia, la Germania o la Gran Bretagna, dove troviamo autori affermati come Tahar Ben Jelloun o Salman Rushdie. I motivi affondano non solo nella nostra breve esperienza coloniale, ma soprattutto nell’incapacità italiana di affrontare compiutamente il fenomeno dell’immigrazione. Lo spiega bene il professor Armando Gnisci,  pioniere degli studi sulla letteratura della migrazione: “L’Italia è abituata da millenni a ricevere visitatori, viaggiatori europei e stranieri illustri. Gli italiani hanno, parimenti, una storia dolorosa di emigrazione povera post-unitaria.

L’avventura coloniale è solo una misera eredità, peraltro rinnegata e rimossa. Quando, a partire dagli anni Ottanta, è iniziata quella che chiamiamo Grande Migrazione in Europa occidentale, noi italiani siamo stati travolti dalla paura e dal disagio, dall’incuria civile e dal parrocchialismo atavico”.  Manca la consapevolezza della nostra storia e della nostra realtà: “Siamo una nazione ancora acerba e già ‘stuprata’ due volte: dal fascismo e dal berlusconismo. Gli scrittori migranti spesso raccontano proprio questo disagio e questo ritardo della nostra repubblica che ancora non c’è”.

Su questo concorda lo scrittore Amara Lakhous, affermatosi con il romanzo ‘Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio’ e in questi giorni in libreria con ‘Divorzio all’islamica a viale Marconi (entrambi presso e/o)’: “Quello che vedo è un’estrema fragilità degli italiani. Gli italiani in questo momento sono fragili: sul piano economico, su quello culturale, su quello della coscienza storica. Se loro stessi non sono in grado di elaborare un progetto di identità comune come si fa a chiedere agli immigrati di integrarsi? Integrarsi in cosa?”. Da quando Lakhous è arrivato in Italia, nel 1995, le cose non sono migliorate molto e leggi come la Bossi-Fini certo non aiutano.

Ma l’interesse per la letteratura prodotta dagli immigrati è in aumento e questo costituisce un fatto positivo. È evidente che, per uno scrittore, la lingua assume un ruolo centrale nelle dinamiche di “accettazione” (termine che Lakhous preferisce a “integrazione”): “Prima di ottenere la cittadinanza italiana, finché avevo solo il permesso di soggiorno, io ero cittadino della lingua italiana, e la sua padronanza mi ha sempre aiutato a far valere i miei diritti”. Né bisogna temere di essere inquadrati nella definizione “letteratura della migrazione”: “perché siamo effettivamente migranti, sia nel senso geografico sia  in quello linguistico”. Il parere di Lakhous è del resto condiviso dal professor Gnisci e anche da un altro scrittore algerino, Tahar Lamri (il suo ultimo racconto è contenuto nel volume ‘Permesso di soggiorno’, Ediesse). Lamri, però, solleva un problema riguardante le cosiddette seconde generazioni: “come si fa a chiamare ‘letteratura migrante’ quella letteratura prodotta da giovani figli di immigrati che non hanno mai scelto la migrazione, ma hanno semplicemente subito la migrazione dei loro genitori?”.

Insomma, se è vero che questa giovane produzione letteraria si mostra pulsante e vitale, alcuni problemi di fondo restano insoluti. Il rapporto con il “canone letterario” è uno di questi, come argomenta bene Lamri: “La ‘Storia della letteratura italiana’ del grande critico letterario italiano dell’Ottocento Francesco De Sanctis è diventata un genere a sé per ragioni politiche e non certo letterarie. Fatta l’Italia bisognava fare gli italiani, dotandoli di una letteratura e una lingua nazionali. Escludendo, quindi, prima i poeti dialettali, e poi una schiera di meravigliosi poeti e grandi prosatori con il pretesto che non scrivevano o non scrivono in lingua italiana”. Un approccio che mostra i suoi limiti, ormai. E che, infine, rimanda sempre a due questioni politiche: la debolezza della nostra storia unitaria e, conseguentemente, l’incapacità delle istituzioni di affrontare forze ed energie “altre”: gli stranieri, gli immigrati.

La letteratura della migrazione può allora costituire l’agone ideale per confrontarsi, mettere in crisi e ri-costruire la nostra idea di Stato e di convivenza. Perché, come sosteneva il filosofo Emil Cioran, prima ancora che un paese, si abita una lingua.

di Benedetta Fallucchi