Sul fronte della ripresa ”la performance dell’Italia è tra le peggiori, così come lo era stata nella recessione”. E in 3 anni sono andati persi 480mila posti di lavoro. Lo sottolinea il centro studi di Confindustria che con il rapporto di autunno ha rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2011 (al +1,3%, dal +1,6% stimato a giugno) e confermato le previsioni per il 2010. Anche in Italia la ripresa “perde slancio” e per vedere l’economia italiana tornare ai livelli pre-crisi del 2007 bisognerà aspettare il 2013. Serve “uno scatto di reni nelle riforme”, perché ci sono “nodi strutturali non sciolti”.

Secondo Confindustria, “il 2010 si chiuderà con 480mila persone occupate in meno rispetto al 2008”. Con un ricorso alla cassa integrazione “che rimarrà alto per il resto del 2010”. Sono 450mila i posti di lavoro già persi a fine giugno, altri 30mila sono a rischio nella seconda metà dell’anno e “l’occupazione non ripartirà prima dell’anno prossimo”.

Il centro studi mette poi in evidenza come il sommerso sia “bruscamente accelerato nel 2009”, superando il 20% del Pil (oltre 27% se non si considera la Pubblica Amministrazione, al Sud è il doppio). Dato che porta l’importo dell’evasione fiscale “su valori molto superiori ai 125 miliardi” stimati dal da Confindustria lo scorso giugno. Anche la stima della pressione fiscale effettiva è rivista all’insù, ad un livello “ben sopra il 54% nel 2009” e del 43,2% della “pressione apparente contenuta nei documenti ufficiali”.

Gli economisti di via dell’Astronomia ribadiscono il nodo “dei gravi problemi di competitività che il Paese patisce”: lo scenario economico “si presenta più confuso e incerto anche perché letto attraverso le lenti dei nodi strutturali non sciolti”. Pesa “il timore che la frenata sia determinata dal prevalere dei venti contrari che impediscono il consolidamento e l’autosostenibilità della fase espansiva”. Ci sono “zavorre” che “possono aver contribuito a smorzare lo slancio con cui la ripresa era partita”. Confindustria rinnova quindi l’appello a fare riforme, “non più rinviabili, e che la crisi ha reso più urgenti”. In assenza di tali riforme, sottolinea il rapporto, “il pericolo è che la crescita bassa e protratta a lungo determini l’aumento della disoccupazione strutturale e faccia perdurare l’eccesso di capacità produttive, con conseguente necessità di ampie ristrutturazioni”.