Riccardo Iacona è soprannominato in Rai ‘il giornalista stropicciato’: “Sarà perchè non mi fermo mai un attimo, non mi riposo mai, anche stavolta non ho fatto un giorno di vacanza per lavorare sul libro e sulla nuova serie di ‘Presa diretta’ che parte tra due giorni”. Nei prossimi giorni uscirà nelle librerie L’Italia in presa diretta, editore Chiarelettere. Un viaggio, come recita il sottotitolo, nel Paese abbandonato dalla politica. Il 5 settembre, invece, l’appuntamento è in Rai, con un ciclo di reportage-inchieste di sei puntate sulla terza rete in prima serata.

Che cosa racconterete in tv?
“Partiamo con la ‘ndrangheta, siamo stati nei luoghi che nessuno fa vedere con chi è in prima linea tra le forze dell’ordine e nella magistratura. Mostreremo gli ‘ndranghetisti che parlano milanese, quella che non ti aspetteresti mai, quella che il pm Ilda Boccassini ha scoperchiato in parte con le 160 aziende legate alle ‘ndrine e che erano legate all’economia cosiddetta legale del nord Italia. E poi ci occuperemo della faida che c’è tra le province di Reggio C. e Catanzaro, che in meno di 2 anni ha fatto 19 persone ammazzate, più di una persona al mese, racconteremo che aria di terrore di respira in quelle terre. Vicende confinate sempre e solo sui giornali locali, per molto meno un tempo avremmo dedicato puntate e puntate di Samarcanda”.

Stai lavorando ancora sulla seconda puntata mentre parliamo?
“Sì sto lavorando a quella sull’evasione fiscale e mostreremo in faccia gli evasori per far vedere quanto sia diventato ‘sistema’ l’evasione in Italia. Andremo nelle concerie di Arzignano per raccontare un’inchiesta che ha coinvolto 200 aziende su 600, una cifra incredibile”.

Avete avuto difficoltà con l’azienda a lavorare su questa serie?
“‘Certo prima il cambio di direttore con Di Bella e poi il nuovo cambio col ritorno di Ruffini, ci ha fatto perdere un mese solo per questioni burocratiche. Un mese in meno di lavoro su inchieste difficilissime è tanto, pregiudichi molto del lavoro buono fatto”.

Negligenza?
“Negligenza e non solo, quando la politica cambia continuamente le direzioni, perdi tempo e un’industria culturale ha bisogno di una direzione forte capace di prendere decisioni veloci. Un’azienda privata non potrebbe mai essere gestita in questo modo”.

Come si lavora alla terza rete?
“Siamo sotto attacco ancora, non è bello sentire un direttore generale della Rai che dice a Cortina che non riconosce, sostanzialmente, la direzione di Rai3. E’ tutta una battaglia, ci costringono a lavorare con l’elmetto in testa, ma perché?”.

C’è un tuo collega, Santoro, che ha denunciato difficoltà simili.
“E infatti bisognerà capire come si evolve la situazione e come va a finire la storia di Michele, mi sembra che l’aria che si respirava nelle intercettazioni di Trani non sia cambiata. C’è una certa soglia che non va superata in tv nella pianificazione, fuori dalla quale non puoi approntare un programma decente, ti mettono quasi nelle condizioni di non andare in onda”.

A proposito dell’inchiesta di Trani, cosa ti ha colpito?
“A me si gela ancora il sangue, scoprire che chi deve darti le garanzie, le Autorithy, in questo Paese non sono indipendenti e autonome”.

Per fortuna siamo a un ‘binario morto’ con il bavaglio come ha detto Napolitano?
“Già al binario morto ma non vorrei che sul set della giustizia apparecchiato da Berlusconi, dove c’è molta confusione ma una cosa appare chiara e lo dicono pure loro: “bisogna risolvergli il problema”, ecco non vorrei che il bavaglio ‘mancato’ venga barattato con qualcosa di più grande”.

Parliamo del libro. Che Italia racconti?
“Per la democrazia dell’Italia è un anno cruciale e la risalita per renderlo più libero è sempre più difficile. La gente conosce sempre meno la cose che avvengono, i punti di vista eterogenei non vengono mostrati, l’autocensura poi funziona benissimo. Guardate la storia dei precari della scuola, ci sono persone che fanno lo sciopero della fame e nessuno li mostra in tv. E’ come se non esistessero. Se tutti quanti provassimo a soffiare dall’altra parte, come ho scritto nel mio libro, per fare il nostro mestiere con onestà e professionalità, credo che la trincea dell’informazione e della libertà possa essere spostata anche di pochi centimetri e ci sarebbe ancora una speranza per questo Paese”.

Con chi te la prendi nel libro?
“Con chi racconta le bugie. Guardate come la Lega si è venduta il ‘prodotto’ dei respingimenti. E invece l’immigrazione clandestina non si ferma bloccando il canale di Sicilia, perchè al massimo la metà che arrivavano da lì erano richiedenti asilo e l’altra metà, i cosiddetti cladenstini, erano appena 10mila, una cifra ridicola rispetto ai 650mila irregolari che sono passati in altro modo con un visto turistico che poi non rinnovano. E su questa bugia i leghisti beccano anche i voti, tantissimi. E un consenso fondato sulle bugie va sempre alimentato. Ecco perché il rischio di una svolta autoritaria lo vedo concreto”.

Siamo già in campagna elettorale?
“E’ la costante e la tragedia della nostra poltica, si è sempre in campagna elettorale e così i nostri governanti ragionano sempre a strategie per il Paese che siano a breve termine, non dico di fare di strategie decennali come i cinesi ma per esempio ci vuole poco a capire che sulla ricerca vanno fatti piani decennali”.

Hai una squadra di giornalisti: è vero che anche la maggior parte di loro sono precari?
“Sì ci sono sempre meno spazi, io ho fatto un percorso di 12 anni di precariato però sapevi che c’era un traguardo, uno spazio sul mercato, oggi non è più così, non ci sono più gli spazi anche all’interno della Rai”.

Che cosa insegni ai tuoi inviati?
“Di non abbandonare le persone che incontrano nelle interviste, di non saccheggiare le loro vite e poi mollarli come fa quasi sempre il giornalismo. E poi che siamo servizio pubblico, che c’è gente che paga il canone solo per vedere le inchieste di Rai3. Noi non sprechiamo un euro, non ci beccherete mai negli alberghi a 5 stelle o nei ristoranti di grido. Non siamo quel tipo di persone”.