Ora iniziano ad avere timore. Qualcuno ha anche paura. Riunioni su riunioni, telefonate, battute scambiate al volo. L’argomento è uno: “Su domenica non sappiamo più quanta gente aspettarci – ammette l’onorevole Luca Bellotti -: potrebbero arrivare anche diecimila persone”. Tutte per ascoltare Gianfranco Fini. Tutte qui, a sedici chilometri da Ferrara, in un paesino di appena tremila abitanti, Mirabello, non dotato di alcuna attrezzatura per supportare un tale calata. Qui, improbabile centro della vita politica italiana, dove scenderanno sia le televisioni nazionali che internazionali; dove hanno dovuto ricavare, all’ultimo, oltre dieci ettari di terreno incolto per far parcheggiare le auto e i mezzi. Dove l’area prevista è una lingua di asfalto di ottanta metri e larga cinque, circondata da una decina di stand e con un palco più da fiera o balera che da comizio. E che comizio. “E chi se lo aspettava. So solo che mi chiamano in continuazione per annunciare pullman su pullman pieni di gente nostra. Ora, solo dal Veneto sono sedici”, racconta Enrico Brandani, consigliere comunale di Ferrara e uno dei principali artefici della Festa Tricolore. “La verità è che ci è scappata di mano la situazione. Questi numeri non li abbiamo mai toccati”, spiega un militante.

Ecco, i numeri: lo scorso anno, il primo della fondazione del Pdl, il ristorante della Festa ha realizzato 60 coperti il giorno dell’apertura. Martedì, lo stesso posto, ha raggiunto le 600 presenze. “Questo, solo per farle capire il ritrovato entusiasmo: siamo tornati in noi, abbiamo riscoperto il gusto di fare politica anche a costo di sacrifici” raccontano dalle cucine “finiane”. Vuol dire pomeriggi e pomeriggi sotto il sole a preparare per la sera, a sistemare i tendoni, a trasportare sedie e tavoli per le conferenze. Tutto “alla buona”, come amano ripetere in questo piccolo paese romagnolo, dove l’apice del successo è coinciso con il 28% raggiunto alle elezioni comunali del 2001. Il record. “Un’emozione grandissima – ammette Vittorio Lodi, il padre fondatore dell’appuntamento -. Ma niente a che vedere con domenica pomeriggio…”. Quando, appunto, è il momento del “Messia”, alias Gianfranco Fini, qui a pronunciare il Verbo, a sciogliere le ultime riserve. A indicare quale strada percorrere: un partito? Una minoranza all’interno del Pdl? Uno strappo definitivo, oppure no? Se lo chiedono tutti. Con una differenza: i militanti presenti a Mirabello vogliono autonomia, vogliono tornare “a discutere, a confrontarsi – interviene Valerio -: non ne potevamo più di rispondere alle esigenze di uno solo. A sottometterci al suo volere. Alle sue esigenze. Abbiamo ingoiato troppi rospi”.

Quindi ora basta. Al contrario i big, i leader sono molto più pragmatici. Aspettano. Non chiudono tutte le porte. I “se” e i “ma” gli hanno fatti propri, sempre a condizione di non insabbiarsi nel “processo breve” e di far ritirare la convocazione dai probiviri del 17 settembre per i tre falchi: Briguglio, Granata e Bocchino. Eppoi c’è sempre da aspettare Fini. Tutti tacciono sul discorso di domenica. L’onorevole Enzo Raisi ammette di sentire il cofondatore tutti i giorni, più di una volta al dì. Ma di non sapere bene su quali punti svilupperà il comizio. Se ci sarà o meno lo strappo. Sì, la questione legalità sarà toccata, così come il concetto di “regole da rispettare” e minoranze da riconoscere. Quindi un breve passaggio sul Montecarlo e sulla campagna scatenata da il Giornale di Vittorio Feltri “che ha colpito la serenità famigliare di Gianfranco – conferma Raisi -: quando l’ho chiamato questa estate era toccato, mi ha raccontato di discussioni in casa”. “Anche per questo non è possibile tornare indietro: quello che è successo in questi ultimi due mesi ha creato una frattura insanabile – interviene il senatore Giuseppe Menardi -. Comunque domenica sapremo tutto”.

A partire da una riunione fissata per domenica alle 15 , dove Fini parlerà a tutti i suoi 33 fedelissimi e semi-fedelissimi (come Giuseppe Consolo e Souad Sbai), gli anticiperà i punti del discorso. Quindi il comizio, voluto comunque nel luogo storico della Festa, a prescindere dal numero di partecipanti, e “senza servizio d’ordine: volontà precisa di Gianfranco. Lui ha detto, ci ‘pensa la Questura’”, spiega Raisi. Sì, perché in fondo, qui a Mirabello si fa tutto “alla buona”.