di Sergio Nazzaro

Sicilia. Trapani. Passeggiare nella terra che tanto è identificata con la mafia mi fa rendere conto di alcune ovvietà. Non si può parlare di tutto in qualità di esperti antimafia. Qui la terra è ancora più 
complicata, gli intrecci perversi tra Stato e criminalità profondi, articolati, paurosi. Vengo in Sicilia credendo che sia tutto devastazione. Una terra intrisa di crimine si riflette nella sua quotidianità. Non qui. Qui non accade il fenomeno dell’Agro Cemento, ovvero della devastazione dell’agro aversano, delle province di Caserta e Napoli. In Campania la terra riflette anche nella sue brutture architettoniche, urbanistiche, paesaggistiche lo scempio dei criminali. In Sicilia stride una bellezza naturale con la crudeltà e la raffinatezza della mafia e delle sue storie. In Sicilia ti ritrovi a cena con Giuseppe Lo Bianco autore di “l’Agenda Nera” che racconta gli anni bui delle guerre di mafia, e gli anni bui in cui non ci sono le guerre e sono i giorni nostri. Walter Molino autore di “Taci Infame” storie di giornalisti antagonisti contro mafie italiane.

Riflessioni, spunti di indagine, pacatezza nelle affermazioni. La Sicilia è anche seguire lo sviluppo di un articolo di Nicola Biondo pubblicato sull’Unità: un innocente sbattuto in galera per ben
 22 anni. La storia della strage di Alcamo Marina (gennaio 1976), in cui due carabinieri furono uccisi e condannati tre innocenti. Tra loro Gullotta, condannato all’ergastolo, ne ha scontati 22 di anni ed oggi è in corso la revisione del processo. Perché? Olino, un carabiniere (dimessosi dopo la vicenda) presente alle torture subite da Gullotta per estorcere la falsa confessione, parla. Vuole rimettere le cose a posto. Risolve quella notte di misteri e torture. Non è stato Gullotta. Olino era presente. Chi sia stato è una ricerca che comincia oggi. Però Nicola Biondo intervistando Olino ottiene una notizia: Olino aveva provato anni addietro a raccontare la reale versione dei fatti. Aveva parlato anche con dei giornalisti. E gli avevano detto di lasciar perdere. Il magistrato che ha raccolto la testimonianza di Olino conferma che ci sono dei nomi. Qualcuno sapeva, non un semplice
 cittadino ma un giornalista e non ha dato seguito alla storia, ai dubbi che potevano essere sollevati. E un uomo scontava anni di galera da innocente. Non che questo sia un reato penale (forse), ma morale sicuramente si.

I giornalisti hanno il dovere di raccontare le storie, hanno l’obbligo morale di raccogliere le storie. Certe volte devono andare a cercarle, altre volte gli capitano tra le mani e cosa fanno? Le ignorano? Non c’è solo da fare luce sulla tragica morte di due giovani carabinieri ad Alcamo Marina nel 1976, ma anche chiarezza su chi sono i giornalisti che conoscevano la storia e non hanno scritto, non hanno fatto il proprio dovere. L’Ordine dovrebbe porsi qualche domanda deontologica sull’”abuso di potere” di certa stampa: chi può ergersi a giudice della vita di un uomo? Un giornalista? Nell’Italia terra di mafie, di misteri, di intrighi non ci si può permettere anche il silenzio di chi dovrebbe strappare sempre e comunque i bavagli. Chi è quindi il giornalista che sapeva, se sapeva veramente?