All’Istituto Luigi Sturzo c’è stato, qualche giorno fa, un interessante convegno sul tema Riformare i concorsi per garantire la responsabilità dei reclutatori e l’autonomia dei ricercatori”.

Tema spinoso dunque. In breve, l’idea della proposta è quella della responsabilità condivisa, ovvero “i componenti della commissione (i reclutatori) devono essere direttamente responsabili della loro scelta attraverso opportuni incentivi e disincentivi legati alla capacità valutata del reclutato” da accertare dopo la nomina. In pratica, se il ricercatore che ha vinto il concorso non risultasse essere “bravo” nella ricerca o nella didattica, tutti i componenti della commissione ne trarranno uno svantaggio e viceversa. In altri sistemi questo tipo di meccanismi sono già operanti.

In teoria il meccanismo principe per la selezione del “migliore” dovrebbe essere basato sull’aumento del “prestigio” di un dipartimento ma questo è un concetto un po’ astratto. Per rendere la questione più pragmatica, ad esempio, negli Stati Uniti, si è adottato il meccanismo delle overhead, per cui una parte dei finanziamenti (di provenienza statale o privata) ottenuti dai singoli ricercatori vengono ridistribuiti all’interno del dipartimento di appartenenza. Dunque, conviene a tutti i membri del dipartimento assumere un ricercatore che riesce (o riuscirà) a vincere dei finanziamenti per progetti di ricerca. In Inghilterra invece il 25 % del finanziamento (pubblico) delle università (pubbliche) è assegnato su base competitiva in base ad un’analisi della qualità della ricerca (per quanto sia discutibile ogni metodo di valutazione è sempre meglio del regno dell’arbitrio totale). Lo stesso avviene in vari altri paesi europei nei quali è presente un qualche meccanismo esterno (indipendente, senza conflitti d’interesse) che incentivi la selezione dei “migliori”. E in Italia ?

In Italia, in questo ambito, partiamo da zero, o quasi. Al di là dei casi più eclatanti che sconfinano con problemi giudiziari, nei concorsi non è previsto nessun meccanismo di azione-reazione e tutto è lasciato alla “coscienza” dei commissari. Senza l’introduzione di meccanismi del genere è difficile cambiare delle dinamiche perverse consolidate negli scorsi decenni, a prescindere da come i commissari vengano scelti (in pratica sono stati provati quasi tutti i modi con nessuna differenza significativa). Ma bisogna anche considerare che, in Italia, la percentuale dei fondi assegnata su base competitiva è dell’1% dell’intero stanziamento statale per l’istruzione superiore, mentre i fondi privati sono quasi a zero. Gli incentivi o i disincentivi sono dunque quasi assenti in una situazione in cui la gran parte dello stanziamento per l’università va in stipendi. Inoltre, in Italia, non c’è nessun meccanismo di valutazione indipendente, e nessun tipo di monitoraggio su scala nazionale della qualità dei docenti e dei ricercatori.

Bisognerebbe comunque partire da qualche fantastica innovazione del tipo: concorsi che si tengono con scadenza regolare, bandi comprensibili anche ad uno straniero (ma anche ad un italiano !), assenza di bolli e timbri che non garantiscono nessuno e scoraggiano i candidati bravi, bandi con profili abbastanza ampi. Bisogna incentivare la mobilità, tramite azioni concrete in sede di scelta dei candidati, cercando di spezzare il legame medioevale in voga in molti dipartimenti. E soprattutto trasparenza estrema nei concorsi, con un monitoraggio in tempo reale sul web di quello che succede, di quali siano i CV dei candidati e quelli dei commissari. La vera volontà di riforma si misura innanzitutto sulle “piccole cose”. Un parametro che potrebbe un giorno mostrare che l’Italia stia diventando un paese normale (come gli altri europei) sarà quando uno straniero potrà vincere un posto in Italia (come tanti italiani vincono all’estero) senza che questo sia visto come un evento miracoloso ed incredibile. La strada è dunque lunga, ma percorrerla è l’unica possibilità per cercare di rimettere in sesto un sistema disastrato. Anche perché, andando avanti di questo passo, tra tagli nel finanziamento e riforme insensate, i concorsi all’università non si faranno proprio più.