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di Sonia Alfano | 3 luglio 2010

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I senza diritti in rivolta e l’accordo Italia-Libia

La tensione in Libia sembra essere cresciuta a dismisura, e lo dimostra il fatto che le autorità hanno deciso di troncare, improvvisamente e senza valide spiegazioni, l’attività dell’Unhcr di Tripoli. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, quindi, non ha più la possibilità di osservare cosa accade, né può garantire il proprio sostegno ai rifugiati. Da giorni le Ong che si occupano di diritti umani e dei rifugiati si chiedono che fine abbiano fatto 250 eritrei respinti sulla rotta per Lampedusa e finiti tra le mani delle autorità libiche.

Che fine facciano i migranti che le autorità italiane fermano al confine delle acque internazionali lo sappiamo: vengono rinchiusi in carceri-lager dove subiscono maltrattamenti e torture di ogni genere. Ma di questi 250 eritrei, davvero non si hanno più notizie certe.

Qualche giorno fa, i militari libici avevano consegnato ai migranti i moduli dell’Ambasciata per identificarli, e loro, impauriti per una possibile espulsione di massa, hanno rifiutato di compilarli e hanno messo in atto una vera e propria rivolta, sfociata in scontri durissimi e repressa a manganellate. Secondo l’agenzia Habesha, che è riuscita a contattare alcuni detenuti prima che sparissero nel nulla, ci sono stati anche dei tentati suicidi. Questo da la misura del terrore vissuto dagli eritrei in quel frangente. Un reparto dell’esercito libico ha poi fatto irruzione nelle celle e li ha portati via caricandoli su dei container. Da quel momento, nessuno ha più avuto contatti con loro. Le notizie sono infatti molto sommarie e per nulla rassicuranti.

Di tutto questo dovrebbe sentirsi responsabile il governo italiano, che ha stretto con la Libia un patto d’acciaio indegno di un Paese civile. La politica adottata dal governo, che prevede i respingimenti collettivi via mare, viola tutte le convenzioni internazionali e avalla le torture che il dittatore libico infligge ai migranti. Diverse volte il Ministro degli Esteri Frattini ed il Ministro dell’Interno Maroni hanno vantato il proprio successo snocciolando dati, numeri e percentuali. Non hanno mai spiegato però di aver anteposto i vantaggi economici ed elettorali al rispetto dei diritti umani e della vita. Le deportazioni degli eritrei in diversi centri di detenzione libici, infatti, sono direttamente finanziate dal governo italiano.

La dipendenza che il governo ha prodotto nei confronti della Libia è tale che qualsiasi protesta da parte dei ‘nostri’ sulla violazione dei diritti umani susciterebbe una ritorsione spropositata da parte di Gheddafi, che metterebbe subito in pratica il blocco dei rifornimenti di gas e petrolio. Se Gheddafi lo volesse potrebbe lasciare l’Italia ‘a piedi’, facendo crollare i titoli azionari dei più importanti gruppi finanziari italiani. Questi sono i veri risultati della politica italiana sull’immigrazione.
Frattini e Maroni non spiegano che la Libia non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra, e che quindi l’Italia non avrebbe mai dovuto, né potuto, concludere un accordo di cooperazione: di nessun tipo.

Poche settimane fa, Amnesty International ha documentato le ricorrenti violazioni dei più elementari diritti umani che la Libia infligge ai migranti, e il Parlamento Europeo proprio lo scorso 17 giugno protestava per le esecuzioni capitali che la ‘giustizia’ libica aveva attuato dopo processi-farsa.

Ciò che preoccupa fortemente tutti i deputati europei che hanno a cuore la sorte dei migranti, è che il Consiglio europeo da mesi ormai partecipa ad incontri con il governo libico al fine di raggiungere un accordo quadro i cui contenuti sono secretati. Questo ovviamente mi spinge a sospettare che si possa realizzare un accordo sulla falsariga di quello concluso da Berlusconi e Gheddafi.

Il Parlamento europeo ha chiesto agli Stati membri di fermare le deportazioni ed i respingimenti collettivi proprio in virtù del fatto che esistono dei rischi concreti che il migrante (o colui che ‘vorrebbe’ richiedere lo status di rifugiato politico) venga processato ingiustamente, torturato o ucciso. Oppure tutte e tre le soluzioni.

Solo il governo italiano continua a ritenere che dalla Libia non arrivino migranti richiedenti asilo, circostanza invece nota al Parlamento Europeo che nella sua risoluzione, sulla base dei dati forniti da quell’UNHCR che oggi a Tripoli non c’è più, spiega che proprio gli eritrei sono la componente più consistente dei migranti detenuti nei centri libici.

L’Italia continua così ad approvare lo Stato di polizia di Gheddafi, come dimostrato dall’ennesima visita di Berlusconi a Tripoli, qualche settimana fa, conclusasi con il rilascio dei tre pescherecci mazaresi sequestrati dai libici, ma senza alcun cenno alla sorte dei migranti rinchiusi nei centri di detenzione ed alla chiusura della sede dell’UNHCR a Tripoli.

Dal canto mio, sto cercando di portare alla luce tutti questi fatti e ogni giorno provo a fare un passo in più. Oggi, per esempio, ho preparato un’interrogazione sull’ennesima triste vicenda, questa che vede protagonisti 250 eritrei “senza diritti”, e ieri, durante una conferenza stampa, ho lanciato la campagna indetta dall’organizzazione non-profit “Décembre18″: una petizione in cui si esortano i 27 Stati membri dell’UE a ratificare la Convenzione dell’ONU sui diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie.
Non si riesce a capire perchè gli Stati europei siano così riluttanti nei confronti di una Convenzione che nulla aggiunge e nulla toglie ai diritti già sanciti dall’UE.

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