Tutto procede secondo copione. Il problema della raccolta dei rifiuti a Palermo sta diventando un’altra “emergenza”. Nei titoli dei giornali e nei servizi dei tg agli organi locali pian piano si affiancano quelli nazionali: premier Berlusconi, ministro Prestigiamo, Protezione civile. Insomma, questo è sempre più un altro lavoro per Bertolaso, che a breve s’infilerà dentro qualche friggitoria del capoluogo siciliano per uscirne col suo costume da supereroe, risolutore delle emergenze più impossibili. E la cricca, stavolta siciliana, si appresta a festeggiare.

Il problema dell’immondizia a Palermo è reale, questo sì. Ma molto probabilmente lo si potrebbe affrontare in modo molto diverso da come stanno facendo i vari attori coinvolti. Sicuramente è una vicenda che mostra aspetti paradossali, da qualsiasi angolo la si guardi. Il più lampante è che proprio in questi giorni i cittadini ricevono per posta una comunicazione del Comune che annuncia loro un rimborso sui precedenti pagamenti della Tarsu (la tassa sui rifiuti), in quanto l’aumento del 75% sancito tre anni fa è stato poi annullato dal Tar perché giudicato assolutamente iniquo. Ma allo stesso tempo, la settimana scorsa, i palermitani leggevano sui giornali che la giunta comunale ha approvato un nuovo aumento della Tarsu, stavolta del 54%. Per l’opposizione, invece che di una beffa si tratta di una vittoria, che però per essere compresa come tale richiede considerevoli cognizioni matematiche: “L’aumento del 75% del 2006 è stato annullato. – spiega Davide Faraone, consigliere comunale del Pd – E mentre la maggioranza ora aveva proposto un aumento dell’83%, noi siamo riusciti a diminuirlo a un +54%. Conti alla mano, in definitiva la Tarsu è cresciuta del 29%”.

In città i cassonetti strabordano a macchia di leopardo, senza una logica apparente. È possibile imbattersi in cumuli di immondizia sia nelle zone periferiche sia attorno al Teatro Massimo, e contemporaneamente girare l’angolo e passeggiare per un intero quartiere senza che vi sia l’ombra di disagio alcuno. Questo perché l’Amia, l’azienda di raccolta rifiuti commissariata dalla prefettura, e a un passo dal fallimento, non ha il becco di un euro per la manutenzione dei suoi mezzi. Quindi quando uno dei camion si rompe, per quel turno salta la raccolta nell’intera sua zona di competenza. E chiaramente non ci sono altri mezzi pronti a sostituirlo. Non esiste una panchina, per dirla in gergo calcistico.

Ma come si è ridotta sull’orlo del lastrico quest’azienda che per decenni è stata uno dei fiori all’occhiello dell’amministrazione palermitana? “Dal 2002 è cominciata una gestione politica e non tecnica dell’azienda – dice Faraone -. Hanno dato una realtà così delicata e importante nelle mani di un dentista, il senatore del Pdl Vincenzo Galioto, che di rifiuti non aveva la benché minima esperienza. Da quel momento l’Amia è stata utilizzata unicamente come strumento per raccogliere voti durante le campagne elettorali: in concomitanza delle comunali e delle regionali regolarmente l’azienda procedeva a centinaia di assuzioni in barba a qualsiasi piano industriale razionale. Negli anni è diventata un istituto di accoglienza per cassaintegrati. Quindi è arrivata a perdere 3 milioni di euro a ogni mese di attività. Poi hanno chiesto al governo nazionale 80 milioni di euro per risanarla e li hanno bruciati in appena due anni”.

Quando il senatore Galioto è stato indagato per falso in bilancio assieme ad altri cinque dirigenti dell’azienda, la procura convocò a deporre, come testimone, anche il sindaco di Palermo Diego Cammarata, che nel giro di 90 giorni avrebbe potuto presentare querela come rappresentante della persona offesa dal reato, il Comune. Ma il sindaco tifoso (che proprio durante una seduta per l’approvazione del bilancio comunale è volato in Sud Africa per assistere alla partita della nazionale italiana) non ha battuto ciglio e i termini sono scaduti.

Cammarata sostiene che Galioto e la sua gestione di Amia non sono affar suo – dice Riccardo Acquado, responsabile Cgil da otto anni in Amia – ma il suo immobilismo è quanto mai eloquente. Sia Cammarata sia Galioto sono prodotti di Micciché, oggi possono anche darsi battaglia sui fronti opposti della spaccatura del Pdl siciliano, ma sette anni fa rispondevano entrambi alle logiche politiche e di lottizzazione dello stesso partito, Forza Italia. Quindi lo scaricabarile mediatico di questo periodo suona proprio come una grande presa per i fondelli”.

Amia nacque quarant’anni fa proprio perché l’amministrazione comunale prese posizione per sottrarre la gestione dei rifiuti ai privati. “Ha dato lavoro a generazioni e generazioni di palermitani – dice Acquado e negli anni ha affrontato la raccolta dei rifiuti anche con servizi fuori dallo standard, lavorando su tre turni perché troppo spesso la comunità non collaborava rispettando gli orari di posa nei cassonetti. Gestita poi in modo clientelare l’azienda ha iniziato un declino in discesa libera. Le due gestioni successive a quella di Galioto hanno tentato di salvare il salvabile, ma il buco di bilancio ha proporzioni drammatiche: 90 milioni di capitale sociale, 50 milioni di debiti nei confronti dei fornitori. Sono 1.674 i lavoratori Amia. Un fallimento significherebbe un dramma sociale di entità catastrofiche”.

Oltre ai debiti, mancano altri soldi nei conti dell’ex municipalizzata. Circa 80 milioni di euro di crediti che l’azienda vanta nei confronti di vari comuni limitrofi che nel corso degli anni hanno avuto libero accesso alla discarica di Bellolampo e che poi, strozzati dai tagli, non hanno pagato.

E veniamo a Bellolampo, altro punto fondamentale nella vicenda. La discarica, situata su una collina alle porte della città, è satura da tempo. Le sue quattro vasche sono ormai colme, tanto che i camion dell’Amia sono costretti ad accedervi uno alla volta, facendo lo slalom tra i rifiuti e rallentando così drammaticamente i tempi di scarico.

Più perdono tempo in discarica, più i camion ritardano a tornare tra le vie di Palermo. Una guerra contro il tempo che il sindaco ha pensato bene di risolvere accelerando i tempi di scarico e annullando la fase di lavorazione dei rifiuti imposta dalla legge. E contribuendo così a un disastro ambientale.

Era lo scorso gennaio e così Cammarata urlava concitato al telefono al presidente liquidatore dell’Amia, che ha in gestione Bellolampo, Gaetano Lo Cicero: “Levalo, levalo, levalo, levalo, senza perdere un attimo di tempo… proprio leviamolo senza perdere un attimo di tempo, proprio perché io sospetto pure che lui lo faccia volontariamente… a parte il fatto che è una cosa inutile”. Il funzionario in questione era Giovanni Gucciardo, responsabile della discarica, che, a detta del sindaco, rallentava troppo l’attività di Bellolampo impuntandosi sul far rispettare il pretrattamento dei rifiuti prima della posa, una “cosa inutile” concordavano i due al telefono. In pochi giorni Gucciardo venne rimosso e le falde acquifere sottostanti Bellolampo si arricchirono sempre più oltre alla soglia d’allarme di veleni come boro, bario e fluorene.

Per affrontare la situazione prefettura e Amia hanno optato per concludere in tutta fretta la realizzazione di una quinta vasca, che dovrebbe diventare operativa nei prossimi giorni. E che non sarà di certo risolutiva. Come dimostra la guerra di numeri sulla sua reale capacità: secondo la prefettura 300 mila metri cubi, secondo i tecnici di Amia poco più della metà. Nella migliore delle ipotesi anche la quinta vasca sarà colma nel giro di sette mesi. E Palermo sarà punto a capo.

Per guadagnare tempo e strade pulite, in attesa di un piano industriale evoluto di smaltimento differenziato dei rifiuti, la discarica potrebbe essere facilmente ampliata includendo il vasto terreno dell’ex poligono di tiro dell’esercito, sempre sulla collina di Bellolampo. E qui, secondo molti, sta il nocciolo del problema, il vero obiettivo della cricca.

Quell’appezzamento di terreno è inutilizzato dal 2003, quando fu indicato come sede per la realizzazione di un termovalorizzatore, progetto poi bloccato e più volte riproposto. “Un termovalorizzatore in quell’area, su una terrazza che guarda tutta Palermo – dice Erasmo Palazzotto, coordinatore nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà – sarebbe una sciagura per la città. Basterebbe un alito di vento, e a Palermo tira sempre vento, perché interi quartieri della città siano sommersi dalle ceneri dell’impianto”.

L’area in questione è in affitto alla Pea, società a suo tempo incaricata della costruzione dell’inceneritore e partecipata per il 48% dalla stessa Amia, per un altro 48% dalla Falck, 1% da Asi, 1% Aster, 0,5% da Gecopre (che gestisce i parcheggi Apcoa del Comune), e un altro 0,5% da Safab, dei fratelli Luigi e Ferdinando Masciotta. Gecopre e Safab sono state più volte inquisite per l’acquisizione di appalti pubblici a fronte del pagamento di tangenti a funzionari pubblici ed esponenti pubblici.

Perché Amia, per arginare in parte il suo bilancio, non cede la sua più che consistente quota in Pea?”, si chiede Palazzotto. Molto probabilmente perché tutti questi signori attendono la dichiarazione ufficiale di stato di emergenza che, come ormai abbiamo imparato bene con Napoli, La Maddalena e L’Aquila, consente provvedimenti straordinari, fuorilegge. Sembra proprio che i signori della cricca, a Palermo, vogliano quel termovalorizzatore, a tutti i costi.