Le stragi, la trattativa e Forza Italia: oggi la deposizione che fa tremare il premier

di Giuseppe Lo Bianco

Lo chiamavano ‘‘u tignusu”, per via della sua calvizie, ma anche “colpo’’, o “di colpo’’, per la sua velocità con la pistola nel fare secchi i cristiani. Ufficialmente era un imbianchino che aspettava gli ordini di morte dei fratelli Graviano, boss di Brancaccio: una sera del ’92 con Vittorio Tutino rubò una 126 posteggiata alla Guadagna. Ma siccome non era un ladro, non riuscì a metterla in moto e dovette spingerla verso un magazzino poco distante appoggiando il paraurti dell’auto con cui era andato a rubarla. “Scene così inverosimili da apparire vere’’, commentano a Caltanissetta gli inquirenti che indagano sulle parole di Gaspare Spatuzza, la “bomba atomica’’ , secondo il presidente della Camera Fini, in grado di far saltare i delicatissimi equilibri che reggono il governo Berlusconi, chiamato in aula oggi a Torino a confermare le confidenze che gli avrebbe fatto il suo boss, Giuseppe Graviano , una mattina del ’94 al caffè Doney a Roma: “Graviano era esultante: mi disse ‘abbiamo avuto quello che volevamo, abbiamo il paese in mano perché abbiamo persone serie, come Berlusconi e il nostro paesano, non come quei crastazzi dei socialistì’”. E chi è “il paesano”? “Marcello Dell’Utri”.

Centinaia di giornalisti anche dall’estero sono accreditati stamane nell’aula bunker del capoluogo piemontese per spiegare ai propri lettori come e perché in Italia la stabilità del governo Berlusconi dipenda dalle parole di un pentito di mafia che ha detto anche di avere visto il boss Filippo Graviano incontrare negli anni Novanta l’avvocato civilista Renato Schifani, poi diventato la seconda carica dello Stato. E da quelle di Gasparino, in particolare, che oggi decide l’agenda politica del paese: se conferma le sue accuse, scatena un prevedibile terremoto politico, se sta zitto, le sue parole potranno essere utilizzate per ulteriori indagini ma non avranno alcuna refluenza sul processo, visto che sono state rese oltre i 180 giorni previsti dalla legge.

Killer veloce e preciso della famiglia di Brancaccio, Spatuzza è protagonista dell’intera stagione di violenza e aggressione alle istituzioni, dal ’92 al ’94: sedicente autore del furto della 126 utilizzata in via D’Amelio, ladro del Fiorino imbottito di tritolo in via dei Georgofili, agente di polizia in divisa per sequestrare il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino, strangolato e poi sciolto nell’acido, membro del commando che massacrò padre Pino Puglisi, e uomo di fiducia dei corleonesi, che lo utilizzarono fino alla fine della strategia stragista affidando a lui il telecomando che doveva far saltare l’autobomba contro il pullman dei carabinieri un pomeriggio di gennaio del ’94, fuori dallo Stadio Olimpico.

Spatuzza vuole fare una cosa eclatante, ammazzare “almeno 100 carabinieri’’, ma è la fine di una carriera di morte, questa volta fortunatamente fallita, iniziata negli anni Ottanta quando Spatuzza, impiegato della ditta di trasporti Valtras, dove dirà di aver visto il boss incontrare Schifani, viene utilizzato per dare “la battuta’’, segnalare, cioè, la presenza della vittima designata al commando di killer chiamati a eliminarla. Gaspare è sveglio e veloce, e scala presto i gradini della gerarchia della famiglia, senza, però, entrare a far parte di Cosa Nostra. A Brancaccio sono rigidi nella selezione degli ingressi e Spatuzza, assieme a pochi altri, è un killer fidato e spietato, ma non ancora uomo d’onore. Diventa l’uomo di fiducia dei Graviano: va a Firenze a piazzare il tritolo, e a Brancaccio a uccidere padre Puglisi, e su ordine loro riesce a fare abortire una studentessa fuori sede rimasta incinta dopo una relazione con un boss mafioso . È lo stesso pentito a raccontare di averla aggredita in casa costringendola ad assumere farmaci abortivi davanti la sua compagna di stanza legata e imbavagliata su una sedia.

Quando, alla fine di gennaio

del ’94, i suoi capi vengono arrestati a Milano nel ristorante “Il cacciatore’’, Gasparino passa gli ordini di Nino Mangano, il nuovo reggente della cosca, e, quindi, di Leoluca Bagarella. Ma la stagione delle stragi è ormai alle spalle, sugli uomini di Brancaccio inizia la pressione della Procura di Palermo e in pochi mesi vengono arrestati dalle forze dell’ordine coordinati dal pm Alfonso Sabella oltre 400 mafiosi, compresi gli ultimi uomini d’onore rimasti in circolazione: Luigi Giacalone, Fifetto Cannella e Giorgio Pizzo. Spatuzza continua a obbedire agli ordini di morte: si sposta al nord, a caccia del pentito Pasquale Di Filippo, e riesce persino a individuare l’edicola dove il collaboratore compra il giornale. E alla fine per lui arriva il salto di qualità: Matteo Messina Denaro e Brusca decidono di farlo diventare “uomo d’onore”. Ma una mattina, durante l’ennesimo blitz a Brancaccio, i poliziotti catturano Giovanni Garofalo, detto “culo di paglia”: da tempo senza guida la cosca di Brancaccio è ormai allo sbando, il picciotto si pente nella stessa volante che lo conduce in carcere e rivela: ho un appuntamento con Spatuzza. Gasparino finisce in manette quello stesso pomeriggio e subito manifesta la volontà di collaborare con la giustizia. A fargli cambiare idea è la moglie, e dovrà aspettare dieci anni prima di saltare il fosso, dopo una conversione religiosa e numerose lettere spedite al vescovo della diocesi del carcere. Oggi è chiamato a confermare quel che gli disse, raggiante, Giuseppe Graviano: “Dopo l’accordo con quello di Canale 5 abbiamo il paese nelle mani”.

da Il Fatto Quotidiano del 4 dicembre 2009