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domenica 04/02/2018

Madia, la perizia sulla tesi: “Violati gli standard accademici, molte fonti non sono citate”

La società Resis di Enrico Bucci riconosce che l’analisi del “Fatto” è stata “confermata” con piccole differenze

Marianna Madia non ha rispettato le regole sulle citazioni, ha messo nella sua tesi di dottorato interi brani di lavori altrui, l’analisi del Fatto per la quale il ministro ha minacciato querela (mai arrivata) “risulta confermata” ma è tutto a posto, perché in economia copiano tutti. Sono queste le sorprendenti conclusioni a cui arriva l’analisi firmata da Enrico Maria Bucci e dalla sua società Resis, incaricata di verificare per conto della scuola di alti studi Imt di Lucca se ci fosse stato plagio nella tesi della Madia, discussa nel 2008 con il professor Giorgio Rodano, ora in pensione, come relatore. Il documento di 51 pagine e datato 11 ottobre 2017 analizza i tre capitoli di cui è composto il lavoro finale della deputata Pd, per “accertare in maniera esaustiva se e quali brani di testo presenti nella tesi siano stati tratti da documenti precedenti”.

Il primo capitolo della tesi della Madia è un riepilogo della letteratura scientifica sul tema della flessibilità nel mercato del lavoro. Il secondo e il terzo dovrebbero essere i contributi originali. Anche l’analisi di Bucci per l’Imt conferma quanto rivelato dal Fatto: tutto il secondo capitolo si basa su un paper già presentato l’anno prima, Is there any relationship between the degree of labour market regulation and the degree of firm innovativeness? che però non è firmato dalla sola Madia, ma anche dalla sua collega di dottorato Caterina Giannetti. “L’identificazione di un lavoro come già pubblicato, proprio perché ciò costituisce titolo di merito per il candidato, deve sempre essere immediata ed ovvia”, osserva Bucci. Eppure la Madia omette che il capitolo 2 è la riproposizione di un paper già pubblicato e, così facendo, non rivela che è frutto di un lavoro di squadra con la Giannetti, prendendosi di fatto il merito di tutto il contenuto. Perfino il prudente Bucci deve concludere che “in questo caso, quindi, vi è certamente una deviazione dagli standard comunemente accettati per la citazione del proprio lavoro”.

In una nota c’è l’argomento per assolvere la Madia: se la comunità di riferimento – cioè i professori – già conosceva il lavoro, la citazione diventa “pleonastica”. Per sostenere questo punto, Bucci usa un singolare argomento: in entrambi i lavori, la tesi e il paper del 2007, ci sono brani ripresi da Wikipedia, 117 parole prese dalla voce “Labour Market Flexibility”, a loro volta pescate da altri lavori, e questo “costituisce un esempio emblematico di testo identificato come conservato (cioè copiato, ndr) da un software antiplagio, testo che tuttavia corrisponde ad una di quelle definizioni la cui provenienza, almeno in ambito econometrico, è così ovvia da essere usata ampiamente nella comunità di riferimento senza virgolette”. Non si capisce cosa c’entri l’ambito econometrico, visto che è soltanto una definizione, ma Bucci sostiene che Wikipedia copia senza citare le fonti, allora si può fare lo stesso anche in campo accademico.

Più complicato immaginare una giustificazione per un altro comportamento scorretto che l’analisi di Bucci certifica: la Madia usa un modello econometrico costruito da un altro economista, Pierre Mohen, senza specificarne la paternità. Bucci prima sostiene che Mohen è citato ben due volte nel capitolo (ma mai in corrispondenza del modello, chi legge pensa lo abbia costruito la Madia) e poi che la mancata citazione tra virgolette non è un problema perché “il testo riutilizzato da Madia era già precedentemente stato riusato proprio dagli stessi autori senza nessun uso di virgolette e nessuna attribuzione in bibliografia (per quel che riguarda la bibliografia contrariamente a quanto invece fatto dalla Madia stessa)”. Tradotto: poiché Mohen ha riutilizzato propri scritti e modelli in successivi lavori senza auto-citarsi, allora anche la Madia può saccheggiare Mohen senza citarlo. Si arriva al paradosso per cui la Madia viene presentata come più corretta dello stesso Mohen perché almeno menziona il primo paper (di Mohen, non di Madia) in bibliografia. Questo concetto viene ripreso in altri punti dell’analisi. Eppure secondo la Treccani è colpevole di plagio “chi pubblica o dà per propria l’opera letteraria o scientifica o artistica di altri; anche con riferimento a parte di opera che venga inserita nella propria senza indicazione della fonte”.

Nessuna menzione di auto-citazioni omesse dall’autore originario come attenuante. Il capitolo 3 della tesi dovrebbe essere il più sofisticato e creativo, uno studio sulla flessibilità del lavoro con modello originale ed esperimento di economia comportamentale per testare la teoria. Anche qui, per le pagine 12 e 13, Bucci riconosce che “si può certamente identificare l’assenza di citazione della fonte, che non è riportata nemmeno in bibliografia o altrove nella tesi”. E per i brani ripresi da uno studio della Commissione europea “la fonte è completamente assente, né è riportata nemmeno in bibliografia o altrove nella tesi”. Bucci, per giustificare la Madia, arriva a sostenere che “poiché tale fonte è un documento di primaria importanza per i ricercatori del campo, si può ipotizzare che per tutti loro è ovvia la provenienza del materiale, o comunque non è importante specificarla nel dettaglio; il che costituisce una ulteriore evidenza del diverso standard del campo rispetto ad altre aree scientifiche”. In economia, insomma, copiano tutti senza citare. Quindi può farlo anche la Madia, visto “che il settore disciplinare all’interno del quale la tesi si situa tollera comportamenti che altrove sarebbero definiti inaccettabili”.

Per argomentare l’assoluzione della Madia nonostante quei “comportamenti inaccettabili”, il report di Bucci sceglie in modo arbitrario un testo citato nella bibliografia, firmato tra gli altri dal Nobel Franco Modigliani e da Paolo Sylos Labini, e pubblicato sulla rivista Bnl Quarterly Review. Un riassunto dei contenuti delle ricerche dei singoli autori, non un paper di ricerca scientifico passato al vaglio della peer review (il controllo incrociato di altri economisti) richiesto anche alle tesi di dottorato. “Anche questo lavoro, come la tesi oggetto di indagine, contiene numerosi brani tratti da testi precedenti, senza che la fonte sia citata, a conferma di uno standard diffuso nel settore”. La perizia certifica che la Madia non ha rispettato le regole ma la assolve sostenendo che “così fan tutti”. O almeno questo è lo standard giudicato accettabile dall’Imt di Lucca per la sua alunna più illustre.

di Laura Margottini e Stefano Feltri

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Politica
Un anno di inchiesta

Lo scoop del “Fatto” e le minacce (senza esito) di querela

Il 28 marzo 2017 il Fatto pubblica il primo articolo sulla tesi di dottorato di Marianna Madia, ministro per la Pubblica amministrazione nei governi Gentiloni e Renzi. Dai controlli svolti con alcuni software anti-plagio, oggi diffusi in tutte le università ma all’epoca (2008) ancora non di uso abituale, risulta che molte parti della tesi dal tutolo “Essays on the Effects of Flexibility on Labour Market Outcome” risultano pressoché identici a quelli presenti in altre pubblicazioni. In 35 di 94 pagine della tesi (al netto di bibliografia, figure e tabelle) la fonte di quei passaggi non risulta citata laddove il ministro li riporta nella sua tesi. Col risultato che spesso non è possibile distinguere le parole originali della Madia da quelle di altri autori. Sono circa 4 mila le parole senza chiara attribuzione nei tre capitoli della tesi.

A fine 2008, la Madia (già parlamentare Pd) ha conseguito il titolo di dottorato alla Scuola Imt di Alti Studi di Lucca. Fabio Pammolli, allora rettore dello stesso Imt, e Giorgio Rodano, già professore ordinario di Economia all’Università Sapienza, erano i relatori della tesi. La pratica di riprendere interi passaggi senza citare la fonte all’interno del proprio testo è giudicata molto severamente nel mondo accademico. Anche il codice etico che Imt si è dato, con Pammolli rettore, definisce come plagio accademico “la presentazione delle parole o idee di altri come proprie”. E questo “può assumere varie forme” come “appropriarsi deliberatamente del lavoro di altri o non citare correttamente le fonti all’interno del proprio lavoro accademico.” Dal 2011 Imt ha messo a disposizione dei docenti un software anti-plagio, in grado di smascherare le parti copiate nelle tesi degli studenti.

Il Fatto ha subito cercato un confronto con il ministro Madia che si è limitata a rispondere via sms: “Non sta a me giudicare la qualità del mio prodotto, ma sono molto sicura della serietà del metodo. Di certo ogni fonte utilizzata è stata correttamente citata in bibliografia”. Poi, dopo la pubblicazione dell’articolo, ha annunciato di querelare il Fatto (querela mai arrivata). Salvo rare eccezioni, gli economisti italiani non hanno commentato la vicenda. L’Imt di Lucca ha avviato una indagine interna molto riservata per verificare se la tesi rispettava i criteri. Qui diamo conto dei risultati.

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