C’è da chiedersi con quale spirito usciranno dalle sale dei cinema italiani buona parte degli editori e direttori di giornali e tv che nei prossimi giorni vedranno The Post. Il nuovo film di Steven Spielberg è straordinario. Ripercorre con cura il celebre caso dei Pentagon Papers, i documenti coperti da segreto di Stato sull’inutilità della guerra in Vietnam e sulle bugie delle Amministrazioni americane, resi noti nel 1971 dal Washington Post e New York Times. Racconta gli Stati Uniti di quegli anni scossi dal movimento pacifista, parla dell’arroganza del Potere che fa di tutto per evitarne la pubblicazione dello scoop. The Post però, al di là delle apparenze, non è semplicemente un film sulla libertà di stampa. A ben vedere, l’indimenticabile sentenza pronunciata da Hugo Black, l’ottuagenario giudice della Corte suprema che impedì al presidente Richard Nixon di bloccare le 7000 pagine del rapporto top secret, è solo il finale di una storia scritta da donne e uomini animati da senso del dovere, consapevolezza del proprio ruolo e preoccupazione costante per la propria reputazione.

Così mentre molti giornalisti ricordano ancora con qualche esaltazione le parole di Black mentre spiega agli americani che secondo i Padri fondatori “la stampa deve servire ai governati e non ai governanti” e che “il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse libera di censurare il governo”, quasi tutti dimenticano come si arrivò a quella sentenza. La fatica e le scelte difficili prese da chi faceva i giornali.

Un’editrice, Kay Gramm, magistralmente interpretata Meryl Streep, decide di affrontare il rischio di andare in prigione pur di raccontare che tutti i governi americani, da Truman a Nixon, avevano mentito al popolo. E lo fa anche se molti presidenti e i membri di quelle Amministrazioni erano suoi amici, erano le persone con le quali usciva abitualmente a cena o partiva in vacanza. Pubblica, anche se la quotazione in Borsa del suo Washington Post può saltare a causa degli articoli. Un direttore, Ben Bradlee, realisticamente impersonato da Tom Hanks, le tiene il fiato sul collo per potersi guardare ogni mattina allo specchio, fissare negli occhi i suoi redattori e restare fedele al proprio ruolo di cane da guardia del Potere.

Ma contemporaneamente, conscio delle proprie responsabilità, evita che venga fornita ai lettori la parte di notizie contenute nel rapporto in grado di mettere a rischio la vita dei militari impegnati nella guerra. Due cronisti, quando ancora non si sa se l’editrice avrà il coraggio di pubblicare, fanno invece presente che in caso di censura daranno le dimissioni.

Accanto alla solidità di una grande Costituzione liberale, in The Post emerge insomma la forza di donne e uomini che sanno qual è il loro compito nella società. Per questo, mentre scorrono i titoli di coda, vengono in mente le storie nostrane di editori che incontrano invece i politici per suggerire leggi e ministri (Carlo De Benedetti) o che diventano politici essi stessi evitando così la fatica di ogni intermediazione (Silvio Berlusconi). Si riaccende il ricordo di vecchi direttori italiani, come Lamberto Sechi, che un tempo dicevano: “I giornalisti hanno amici, i giornali no”. E risuona nelle orecchie un’antica battuta oggi per molti colleghi più che mai attuale: “Non dite a mia madre che faccio il giornalista, lei crede che io faccia il pianista in un bordello”. Perché in fondo la libertà non è fatta solo di leggi, ma soprattutto di donne e di uomini liberi che se la sanno ogni giorno conquistare.