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sabato 11/08/2018

Spreco di Stato: 12 miliardi di immobili pubblici sono inutilizzati

Immobili pubblici - 283 miliardi in totale

Nessuno sa esattamente a quanto ammonti il patrimonio immobiliare pubblico, ma l’ultima stima ufficiale del ministero del Tesoro su dati del 2015 è di 283 miliardi di euro. L’80 per cento di questa sterminata lista di caserme, palazzi, uffici e appartamenti che copre 350 milioni di metri quadri è in mano agli enti locali. E ben 12 miliardi sono immobili “non utilizzati”. Che quindi rappresentano soltanto un costo, invece che una fonte di potenziali ricavi. Forse bisognerebbe anche indagare su altri 6 miliardi di euro di immobili pubblici che sono in uso gratuito a privati (alcuni con funzioni istituzionali, ma altri di tipo “residenziale e commerciale”), ma quei 12 miliardi di euro “non utilizzati” non hanno giustificazione.

Vendere o affittare gli immobili pubblici – in gergo “dismettere” e “valorizzare” – sembra una missione quasi impossibile. Ai tempi del secondo governo Berlusconi, nel 2001, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti prova con le cartolarizzazioni: società veicolo private (Scip) che emettono obbligazioni per anticipare al Tesoro gli incassi dalla vendita di immobili di enti previdenziali. La Scip1 va bene, in attivo di 1,3 miliardi di euro, la Scip2 con 63.000 immobili invece no, nel 2009 scava un buco di 1,7 miliardi di euro a danno dello Stato, la società viene liquidata e gli enti previdenziali recuperano il patrimonio. Alla guida dell’Agenzia del demanio c’era una funzionaria già allora potente, Elisabetta Spitz, che da vent’anni ha il controllo della vendita del patrimonio pubblico. Tra 2004 e 2005 la Spitz tenta altre due operazioni, con i fondi Fip e Patrimonio 1: le amministrazioni pubbliche vendono gli immobili di proprietà ai fondi e poi li riaffittano. Lo Stato incassa subito 4,1 miliardi e si impegna a pagare 350 milioni di euro di affitti all’anno per nove anni. Alla scadenza del primo contratto, a fine 2013, lo Stato ha pagato 2,6 miliardi al fondo Fip e 280 milioni a Patrimonio 1. Praticamente ha restituito tutto quello che aveva incassato, ma nonostante questo si è impegnato ad altri nove anni di contratto, fino al 2021.

E allora si cambia ancora: nel 2013 nasce Invimit, Investimenti Immobiliari Italiani Sgr Spa, una società del ministero dell’Economia che ha il compito di “gestire, valorizzare e dismettere l’ampio patrimonio immobiliare pubblico, anche allo scopo della riduzione del debito pubblico”. Alla guida c’è ovviamente sempre lei, Elisabetta Spitz. La società ha una struttura più complessa delle precedenti, non possiede direttamente gli immobili ma gestisce fondi o fondi di fondi a cui le amministrazioni locali o gli enti previdenziali – dall’Inail alla Regione Lazio – conferiscono immobili di cui si vogliono liberare in cambio di risorse.

L’inizio è stentato: nel 2015 Invimit registra ricavi per commissioni di gestione di 2,7 milioni di euro, ma tra stipendi e consulenze spende 4,6 milioni. La Corte dei conti critica i troppi consulenti, il ministero del Tesoro deve ridurre il capitale sociale da 10 milioni a 5,7. Poi Invimit si riprende, riporta sotto controllo le consulenze, che scendono a 786mila euro nel 2016, e aumenta il patrimonio che gestisce: 1,3 miliardi di euro, 264 immobili. Ma nel 2017 Invimit ha venduto immobili soltanto per 48 milioni di euro, anche perché – in un ribaltamento completo della logica seguita quindici anni fa – la “dismissione” sembra molto meno allettante della “valorizzazione”: gli incassi dagli affitti sono di 27 milioni in un anno. La società rivendica comunque di aver contribuito a ridurre il debito pubblico per circa 400 milioni di euro, a tanto ammontano le risorse erogare agli enti locali in cambio degli immobili conferiti ai fondi di Invimit.

Forse anche perché i risultati che si ottengono vendendo immobili sono così contenuti, Invimit sembra scalpitare per fare altro. Il presidente Massimo Ferrarese, un imprenditore di Brindisi arrivato sulla poltrona in quota Angelino Alfano, a fine giugno si offriva addirittura di costruire con Invimit lo stadio della Roma, dopo che le inchieste giudiziarie avevano messo in dubbio il progetto: “Sono pronto a proporre al mio cda di intervenire direttamente con il fondo Valore Italia”, ha detto a Repubblica.

Il mandato dell’eterna Elisabetta Spitz (65 anni, 240.000 euro di stipendio annuo) è scaduto e ora il ministro Giovanni Tria deve decidere se concedere un altro triennio alla signora del demanio. Finora Invimit è stata l’ultima trincea degli inamovibili del potere ministeriale: quando il potente capo di gabinetto del Tesoro, Vincenzo Fortunato, è stato cacciato dall’arrivo dei renziani, ha ripiegato sulla presidenza di Invimit. E anche ora che non è più presidente il suo studio legale continua ad avere una piccola consulenza da 15.000 euro. Poi c’è Susanna Masi: ha perso l’incarico di consigliere del ministro Padoan dopo che la Procura di Milano l’ha indagata con l’accusa di passare informazioni riservate sul fisco alla società Ernst & Young in cambio di 220.000 euro, ma ha tenuto la poltrona di presidente del collegio sindacale di Invimit (20.000 euro), oltre che di quello di una società concorrente privata, Dea Capital.

Il governo Conte ha già avviato il rinnovamento nel comparto con la sostituzione, due giorni fa, del renziano Roberto Reggi all’Agenzia del demanio: al suo posto andrà il prefetto Riccardo Carpino, 61 anni, che è stato capo di gabinetto al ministero degli Affari regionali dal 2008 al 2013.

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È l’ex Equitalia Mineo

Al Demanio il governo nomina un dirigente vicino a Totò Cuffaro

Da grigio e ligio travet regionale, a vice capo di gabinetto di Cuffaro negli anni dell’assalto alla spesa pubblica siciliana, poi accantonato da Raffaele Lombardo e rilanciato oltre lo Stretto verso il vertice di Equitalia dal patronage del guardasigillii Angelino Alfano e dallo stesso Cuffaro, allora membro della Vigilanza Rai, che lo spediscono nel 2009 a Tributi Italia di Napoli come amministratore delegato. È fatto di strappi improvvisi verso luminosi traguardi di carriera il curriculum di Benedetto Mineo, 57 anni, nuovo direttore dell’Agenzia delle dogane, cuffariano di ferro della prima ora passato indenne dalle maglie della Corte dei conti che ha più volte sanzionato il suo capo di allora, l’ex ragioniere generale Enzo Emanuele, snodo decisivo di una serie di operazioni a cavallo tra affari e politica, con cui divideva la guida del dipartimento Bilancio e Finanze.

A Mineo venne assegnato l’ingrato compito del ‘’contenimento della spesa’’, con la creazione di un ufficio ad hoc, del quale gli anni del saccheggio delle casse regionali attraverso spericolate operazioni di finanza pubblica certificano la sostanziale inutilità.

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L’ex presidente ora senatore

D’Alfonso si dimette. E la Lega: “In Abruzzo correremo da soli”

La decisione era annunciata, adesso è arrivata l’ufficialità, insieme alla lettera di dimissioni indirizzata al presidente della giunta delle Elezioni del Senato, Maurizio Gasparri: Luciano D’Alfonso opta per la carica di senatore e lascia la presidenza della Regione Abruzzo. Si risolve così l’incompatibilità che era sorta già a marzo, quando D’Alfonso era stato eletto in Senato col Pd. Il neoparlamentare, però, aveva rimandato la scelta fino alla formazione della giunta e all’ultimatum ricevuto a inizio agosto. A questo punto il testimone passa nelle mani del suo vice, Giovanni Lolli, che avrà il compito di traghettare la Regione a nuove elezioni. Ancora non c’è una data (lo stesso D’Alfonso ha ipotizzato tra dicembre e gennaio) ma già cominciano i movimenti: la Lega annuncia di voler correre da sola, rompendo l’alleanza locale con Forza Italia. “Chi ci ama ci segua e andiamo a vincere”, scrive il deputato e segretario regionale Giuseppe Bellachioma. Lo strappo, avallato da Giancarlo Giorgetti, arriva dopo un vertice ai piani alti del Carroccio, proprio nel giorno in cui Berlusconi aveva auspicato il ricongiungimento del centrodestra, bollando il governo gialloverde come “anomalia”. Salvini non sembra della stessa opinione.

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