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venerdì 01/09/2017

Mostra del Cinema di Venezia 2017, Segre scuote “L’ordine delle cose” sui migranti

“La situazione è grandemente complessa: è la prima volta che chi subisce le condizioni più pesanti decide di muoversi a piedi. Camminare per venire qui da noi, con il Sahara in mezzo. E noi, che facciamo? Ci occupiamo solo del punto di contatto, di Lampedusa. Non è umano, è folle”. Andrea Segre porta alla Mostra del Cinema di Venezia, e dal 7 settembre in sala, il suo terzo lungometraggio di finzione, L’ordine delle cose. Problema, finzione non è: il protagonista Corrado Rinaldi (un grande Paolo Pierobon) è un funzionario del ministero degli Interni impegnato a contrastare l’immigrazione irregolare nella Libia post-Gheddafi. Si direbbe un instant-movie, se non fosse che il cinema per stare al passo con la realtà ha una sola possibilità: pre-vedere.

Segre ha previsto cinque anni fa, osservando le operazioni di Mare Nostrum, e scoprendo il lato oscuro che montava dietro il salvataggio dei migranti, ovvero l’aggiramento della condanna comminata all’Italia dalla Corte europea dei Diritti di Strasburgo nel marzo del 2012 per i respingimenti verso la Libia attuati dal ministro dell’Interno Roberto Maroni. Un progetto, bloccare i migranti prima che prendano il mare, su cui il regista veneto ha scommesso: “Che diventasse attualità è successo, ma noi cerchiamo di andare oltre, portando sullo schermo interrogativi universali, profondi”. Nel cast Giuseppe Battiston e Valentina Carnelutti, prodotto da JoleFilm con Rai Cinema, patrocinato da Amnesty International, Medici per di Diritti Umani e Naga onlus, L’ordine delle cose si scuote allorché Corrado incontra Swada (Yusra Warsama), una donna somala che vorrebbe raggiungere il marito in Europa: che succede quando le ragioni dell’umanità confliggono con la ragion di Stato? “Andrebbero invertiti i fattori: la ragione di Stato postula come inevitabile che non ci si occupi di altri essere umani, ma solo della nostra vita. E se un giorno il rischio fosse nostro?”. Incalza Segre, “dal punto di vista politico significa eludere ed elidere i bisogni dell’essere umano, tra i quali, pensateci, rientra la volontà dei nostri figli di studiare all’estero”. La decisione di Corrado è inverata dalla cronaca di questi giorni, “da quel che Gentiloni, Macron e Merkel hanno appena stabilito per la Libia, vale a dire ‘è un bene fermare i viaggi così le persone non muoiono, poi cerchiamo di occuparcene in loco’. Al contrario, servirebbe un’inversione: prima ce ne occupiamo e, dunque, cerchiamo di eliminare a monte le cause per cui sono costretti a partire”. Dopo l’acclamato Io sono Li (2011) e La prima neve (2013), Segre, che nasce e cresce nel documentario, ha optato per un altro film di narrazione assecondando una teoria di motivi: “Persone che fanno il lavoro di Corrado nei servizi segreti internazionali non possono raccontarsi alla luce del sole, ma non è questa la causa principale: volevo carpirne il valore intimo, psicologico. Inoltre, almeno in Italia, l’impatto del documentario sulla società dello spettacolo è più ostico e limitato”. A sgombrare i dubbi sullo statuto ontologico, però, ci pensa il secondo cartello de L’ordine delle cose, che recita: “I personaggi e i fatti qui narrati sono interamente immaginari. È autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce”.

Indicazioni d’uso mutuate da Le mani sulla città di Francesco Rosi, ma oggi il teatro è purtroppo infinitamente maggiore: il temuto e berciato scontro di civiltà lascia il posto al mancato incontro, l’indifferenza è il nuovo esperanto, e la veglia della ragion di stato genera altri mostri. “Prendiamo paura quando il nostro corpo produce dei mostri, e ci bastano un Salvini di passaggio, due sassate nel quartiere, i nostri poliziotti che bastonano donne e bambini. Ma il nostro corpo – osserva Segre – sta producendo qualcosa di sbagliato: tenere fuori queste tensioni apre ferite dentro”. L’operato dell’attuale ministro dell’Interno Marco Minniti, dice Segre, non offre punti di sutura: “È una persona che ormai tanto tempo fa ha anteposto la ragione di Stato a quella umana, ed è talmente convinto da non accettare il benché minimo sguardo critico sul suo operato. Che questo percorso produca dolore nemmeno lo intende, sostiene che i migranti sono il suo assillo quotidiano, ma se lo fossero davvero avrebbe invertito l’ordine delle cose”.

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