L’Iran abbatte due caccia americani. Teheran sbeffeggia Trump: “Ci ha sconfitto già 37 volte”. Negoziati al palo
La guerra in Iran rischia di trasformarsi giorno dopo giorno in un possibile pantano per gli Stati Uniti e soprattutto per il presidente Donald Trump. L’impatto si fa anche più significativo in particolare sulla retorica della vittoria del capo della Casa Bianca e sul suo consenso interno – già in crisi nera – ora che due caccia statunitensi sono stati abbattuti dalla contraerea di Teheran. E’ la prima volta dall’inizio delle ostilità e se uno dei piloti di un F-15 è stato recuperato dopo una maxi-operazione di ricerca, niente si sa del secondo aviatore. Per i media iraniani è stato preso in ostaggio e addirittura un elicottero che stava partecipando alle ricerche è stato a sua volta colpito. Il secondo velivolo ad essere preso di mira è un A-10 Warthog, precipitato nel Golfo: il pilota è stato tratto in salvo incolume, mentre l’esercito iraniano ha rivendicato di aver intercettato e colpito il jet con la sua difesa aerea sullo Stretto di Hormuz.
Trump continua a combattere più con i giornali che non la realtà che si fa via via più difficile da districare. In una breve intervista telefonica con la Nbc si è rifiutato di discutere i dettagli delle operazioni di ricerca e soccorso in Iran, esprimendo frustrazione per la copertura mediatica data a una missione molto delicata. Alla domanda se gli eventi odierni influiranno su eventuali negoziati con l’Iran, ha replicato: “No, affatto. No, è guerra. Siamo in guerra, Garrett”, riferendosi al giornalista Garrett Haake. Negoziati che, a Islamabad, in Pakistan, sono definiti “a un punto morto” a detta dei mediatori, citati dal Wall Street Journal. Secondo le fonti, l’Iran ha comunicato ufficialmente ai mediatori di non essere disposto a incontrare i funzionari Usa a Islamabad nei prossimi giorni e di ritenere inaccettabili le richieste degli Stati Uniti. In questa situazione i presidenti di Russia e Turchia Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan si sono sentiti al telefono, invocando un “immediato cessate il fuoco“. Mosca e Ankara mantengono in questo momento i contatti con tutte le parti.
Sviluppi che segnalano che dopo oltre un mese di guerra l’arsenale di Teheran continua ad essere minaccioso: circa la metà dei lanciatori di missili risultano intatti, così come migliaia di droni d’assalto. Una capacità militare che consente al regime degli ayatollah di essere “pienamente in condizione di seminare il caos assoluto in tutta la regione”, a partire dallo stretto di Hormuz, ha rilevato una fonte di intelligence a Washington. E l’abbattimento del primo jet americano rappresenta un successo da rivendicare per la teocrazia, rinnovando la sfida a Trump: “Dopo aver sconfitto l’Iran 37 volte di fila, questa brillante guerra senza strategia è stata declassata da ‘cambio di regime‘ a ‘qualcuno riesce a trovare i nostri piloti?”, il commento beffardo del presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf.
La situazione infuocata in Medio Oriente dopo gli attacchi di Usa e Israele registra poi l’ennesimo incidente in Libano: tre caschi blu indonesiani della missione Unifil – che opera tra Libano e lo Stato ebraico – sono stati feriti dopo un’esplosione nella loro postazione in un’area in cui l’Idf è impegnata a espandere la zona cuscinetto in funzione anti-Hezbollah. Altri militari Onu – sempre indonesiani – erano rimasti uccisi nei giorni scorsi, in un’escalation che ha coinvolto anche il contingente italiano in più di un’occasione, nella base a Shama, con danni alle infrastrutture ma senza conseguenze per i militari.