Il sangue versato nei conflitti di lavoro: a questo siamo ritornati, in un crescendo culminato ieri con la morte del sindacalista Adil Belakhdim. Nostro concittadino, se questo dovesse fare la differenza per i sovranisti del “prima gli italiani” che negli immigrati vedono solo manodopera da sfruttare e licenziare a seconda degli ordinativi da smaltire.

Stavamo ancora aspettando di sapere perché mai la polizia presente in tenuta antisommossa davanti al magazzino Zampieri di Tavazzano non fosse intervenuta a proteggere i facchini licenziati della Fedex, picchiati sotto i suoi occhi. Salvo apprendere (vedi articolo a pagina 3) che il subappalto era assegnato a una ditta che offre bodyguard specializzati in security nel far west della logistica. Altro che guerra fra poveri.

Nel frattempo altri tre lavoratori sono rimasti feriti da un lancio di mattoni davanti alla Texprint di Prato. E in questo clima si è giunti allo sciopero nazionale della logistica proclamato ieri dai sindacati di base. Biandrate, tra Novara e Vercelli, dove le risaie cedono spazio ai magazzini della Esselunga, della Amazon e della Lidl, accanto ai nuovi outlet, teatro dell’ennesimo sfondamento di picchetto a opera di un camionista, è divenuta ormai un polo strategico dello smistamento merci ramificato fra Emilia, Lombardia e Piemonte.

La logistica ha preso il posto della grande fabbrica come epicentro di un capitalismo senza regole, che accumula i superprofitti dell’e-commerce e della grande distribuzione sfruttando la fatica fisica del lavoro notturno privo di tutele e malpagato. Da anni glielo lasciano fare, calpestando la dignità dei dipendenti con la scusa della flessibilità: l’addio al posto fisso sbandierato come funzionale alla crescita economica, ma in realtà funzionale solo all’arricchimento delle multinazionali e dei loro prestanome.

Ieri, mentre Adil Belakhdim perdeva la vita ai cancelli della Lidl, abbiamo letto sul Corriere della Sera un’intervista compiacente a Stefania Pezzetti, presidente della filiale italiana di Fedex-Tnt. Annunciava 800 assunzioni dirette di lavoratori selezionati dalle ditte che finora venivano utilizzate in subappalto, grazie a un accordo con i sindacati confederali che nella giungla della logistica contano poco o nulla. Si guardava bene la Pezzetti dallo spiegare il perché della chiusura della sede di Piacenza, con 280 licenziati; e soprassedeva sui vantaggi economici derivanti dalla repentina svolta di internalizzazione.

Questo è l’andazzo, nella logistica: spremere in un’accumulazione selvaggia i facchini e gli autisti approfittando della legislazione favorevole finché si può; e poi negoziare con Cgil-Cisl-Uil tagliando fuori le rappresentanze di base. Tanto queste ultime rappresentano per lo più lavoratori stranieri, i più esasperati ma anche i più ricattabili.

Oggi che il ricorso all’intimidazione anti-operaia e allo squadrismo delle guardie private rischiano di diventare sistematici, tanto più per la fretta padronale di cavalcare la ripresa dei consumi post Covid, è questa lacerazione del mondo del lavoro che va ricucita. Landini e gli altri dirigenti di un sindacalismo che si sente minacciato dalla concorrenza dei vari Cobas e Usb dovrebbero essere i primi a capirlo, promuovendo con la loro forza organizzativa un’iniziativa contro il precariato, i subappalti, le cooperative spurie da cui troppo a lungo si sono astenuti. Non possono certo aspettarsi che a farsene promotore sia un governo la cui cabina di regia è tenuta saldamente dai neoliberisti, fautori della libertà d’impresa a briglie sciolte.

Se il cordoglio espresso da Draghi per la morte di Adil Belakhim non è solo di circostanza, lo potrà dimostrare innanzitutto schierando le forze di polizia a protezione, e non contro, chi lotta per affermare il diritto a un lavoro dignitoso.

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