Dall’India al Congo fino alla Russia, al Canada, al Messico e all’Europa. È corale l’appello delle organizzazioni non governative mondiali rivolto agli Stati (in totale 128) che hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica (CBD), adottata per la prima volta nel 1992 durante il Vertice sulla Terra a Rio de Janeiro, in Brasile. Il Piano strategico per la biodiversità avviato nel 2011 scade quest’anno, pertanto un gruppo di lavoro formato dai rappresentanti dei Paesi firmatari ha predisposto una bozza zero del Quadro globale per la biodiversità, che verrà approvato in occasione della XV sessione della Conferenza delle Parti (COP15), che si terrà a maggio 2021. A destare la preoccupazione di 128 ong, tra cui Rainforest Foundation, Survival International e Amnesty International , è uno degli obiettivi contenuti nella bozza, ovvero il target numero 2 in cui si legge: “Entro il 2030, proteggere e conservare attraverso un sistema ben connesso ed efficace di aree protette e di altre efficaci misure di conservazione su base territoriale, almeno il 30% del pianeta focalizzandosi su aree particolarmente importanti per la biodiversità” (Draft monitoring framework-final). L’estensione delle aree protette potrebbe comportare – secondo le organizzazioni – “gravi impatti negativi (ai danni ndr) di 300 milioni di persone” (Allegato 1). Persone che potrebbero essere costrette ad abbandonare i villaggi in cui vivono per lasciare libere le zone. In particolare gli indigeni di Africa e Asia.

“Sebbene siano certamente necessari impegni coraggiosi per affrontare le emergenze climatica e di biodiversità, riteniamo – scrivono – che questo obiettivo sia controproducente e che potrebbe consolidare ulteriormente un modello di conservazione obsoleto e insostenibile, che potrebbe espropriare delle loro terre e dei loro mezzi di sussistenza proprio le persone meno responsabili di queste crisi”. Le organizzazioni contestano la mancata valutazione preliminare degli impatti sociali. L’assenza di una disamina sull’efficacia dell’obiettivo precedente, che prevedeva l’istituzione di aree protette in un’area pari al 17% del Pianeta e che avrebbe causato “il dislocamento e lo sfratto di popoli indigeni e di altre comunità che dipendono dalla terra e portato a serie violazioni dei diritti umani da parte delle organizzazioni per la conservazione e delle forze dell’ordine pubbliche e private”.

Dallo studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature dal titolo “Potreggere metà del Pianeta potrebbe interessare direttamente oltre un miliardo di persone”, emerge che – ipotizzando l’estensione entro il 2050 delle aree protette sul 50% della Terra – verranno coinvolte 760 milioni di persone, oltre i 247 milioni già residenti. Con l’obiettivo, soprannominato “30×30”, ovvero il 30% protetto entro il 2030, Rainforest Foundation stima che saranno violati i diritti di 300 milioni di persone, “approssimativamente quanto la popolazione degli Stati Uniti”.

Gli abusi nei confronti dei popoli indigeni all’interno delle aree protette non sono una novità. A marzo 2019, il giornale statunitense BuzzFeed News ha pubblicato un reportage “La guerra segreta del Wwf”, in cui l’onlus è stata accusata di finanziare guardaparchi che “hanno torturato e ucciso persone” in Asia e in Africa (qui l’articolo del Fatto). I sospetti di violazione dei diritti umani, hanno spinto Bruxelles a far partire un’inchiesta nel nord del Congo, nel parco Messok Dja, per accertare le condizioni dei Pigmei Baka. Quanto è emerso ha convinto l’Ue a sospendere i finanziamenti destinati al Wwf (l’articolo del Fatto). È per questo che le ong firmatarie dell’appello chiedono prima di approvare il Quadro globale per la biodiversità di “riconoscere e proteggere i sistemi di proprietà terriera collettivi e consuetudinari e adottare garanzie rigorose e vincolanti a favore dei popoli indigeni e di altre comunità che dipendono dalla terra”.

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