Era marzo 2019 e il Wwf veniva travolto da uno scandalo internazionale. Le accuse rivolte ai guardaparchi pagati dalla più grande organizzazione per la conservazione della natura erano davvero pesanti: violazione dei diritti umani, percosse, torture, abusi sessuali, incarcerazioni ai danni dei membri delle popolazioni indigene che vivono all’interno dei territori convertiti in aree protette. Quelle accuse oggi sono realtà. Da Bruxelles, dopo ripetute segnalazioni, è partita un’inchiesta nel nord del Congo, all’interno del Messok Dja, sulle condizioni della comunità di Pigmei Baka. Quanto è emerso ha convinto l’Unione Europea a sospendere i finanziamenti destinati al Wwf per la creazione di un parco naturale in quell’area. Nel 2016 gli aveva concesso 1 milione di euro per la gestione della parte congolese del Tridom, un progetto di conservazione transfrontaliero condiviso con Gabon e Camerun del valore complessivo di circa 23 milioni di dollari.

Il processo per la conservazione del parco Mekkok Dja, che consta di 1.456 chilometri quadrati di foresta, era iniziato nel 2010 senza coinvolgere la comunità di cacciatori-raccoglitori ivi residente e formata da circa 500 abitanti. Il percorso per ottenere il consenso libero, previo e informato, stabilito dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, è iniziato sette anni dopo nel 2017, in concomitanza con le prime denunce di violazione dei diritti umani da parte dei guardaparchi assoldati dal Wwf per “proteggere” la foresta, sebbene non fosse ancora ufficialmente parco. A marzo dello scorso anno il giornale statunitense BuzzFeed News ha svelato i dettagli di una macabra consuetudine. Nel primo reportage “La guerra segreta del Wwf”, all’organizzazione ambientalista è stato imputato di “finanziare, equipaggiare e lavorare direttamente con forze paramilitari accusate di pestaggi, torture, aggressioni sessuali e omicidi”. L’indagine, partita da una riserva in Nepal, ha coinvolto sei paesi incluso il Congo, dove rapporti interni al Wwf hanno rivelato che gli abusi sui Pigmei erano noti. Al tenero logo del panda vennero così accostati fucili e immagini sanguinarie. Non fu risparmiata neanche l’accusa di traffico illecito di armi in Asia e Africa. La lotta al bracconaggio risultò essere un paravento per sottomettere le comunità locali. Il Wwf rispose con una nota: “Al centro del nostro lavoro ci sono i luoghi e le persone” scrisse, annunciando la costituzione di una commissione indipendente che avrebbe indagato. L’inchiesta sul Messok Dja venne affidata dal WWf al Forest Peoples Programme, una Ong che compie accertamenti sulle popolazioni della foresta. Il rapporto finale è del 5 giugno dello scorso anno (il documento di Forest Peoples Programme). “Il coinvolgimento e la consultazione sono iniziati troppo tardi”, si legge. E ancora: “Le informazioni alle comunità locali sulle implicazioni del progetto sono insufficienti. Il Wwf ha un accordo con il governo, ma non include tutti i requisiti per il rispetto dei diritti umani”.

Nel frattempo il Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite, tra i maggiori finanziatori del Wwf, ha inviato una delegazione in Africa centrale. Il rapporto conclusivo (qui il rapporto Nazioni Unite) ha confermato quanto gli stessi Baka avevano denunciato nella lettera spedita già nel 2018 all’Onu (lettera dei pigmei al governo del Congo). Abusi sessuali, pestaggi, torture, arresti arbitrari, oltre alla riduzione in estrema povertà e fame. “La creazione di parchi nazionali nel Bacino del Congo – si legge nella relazione finale delle Nazioni Unite pubblicata a gennaio – è focalizzata sulla conservazione dei territori ignorando i diritti umani delle comunità indigene. Questo approccio considera i popoli indigeni una minaccia e non tiene conto del ruolo che svolgono storicamente nella preservazione della biodiversità”.

La comunità di Pigmei Baka, supportata da Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, non si è arresa. Ha continuato ad inviare missive al governo congolese e alla Commissione Europea . “Stiamo soffrendo – scrivevano nelle denunce gli indigeni – loro arrivano e ci picchiano, prendono la nostra carne e vanno a venderla in città, se facciamo degli accampamenti nella foresta i guardaparchi ce li bruciano. Abbiamo provato a spiegare al Wwf le nostre difficoltà, ma non le accetta. Vengono solo a dirci che non possiamo restare qui ancora a lungo”. E ancora; “Molti Baka sono morti oggi. I bambini stanno dimagrendo. Stiamo soffrendo la malnutrizione e la mancanza delle erbe medicinali della foresta. Molti di noi sono stati percossi con i machete e sparati dai guardaparchi. Hanno distrutto le cose che usiamo per lavorare, per mangiare. Le hanno calpestate con gli stivali. Hanno cercato l’avorio nelle nostre case, ma non hanno trovato nulla. Dicono che siamo bracconieri. Ma non è vero. Vogliamo essere liberi e in pace nel nostro villaggio. Non vogliamo essere picchiati ogni giorno”.

La prima sospensione dei finanziamenti è arrivata a luglio 2019 dal governo tedesco. Mentre negli Stati Uniti è in corso la discussione per un disegno di legge che obblighi a tagliare i fondi ai progetti di conservazione laddove violino i diritti umani, anche l’Unione Europea si è espressa: non solo basta fondi al Wwf in Congo, ma un’indagine a tappeto sulle condizione delle comunità locali in tutti i parchi finanziati nel Paese. “È stato perpetrato un sistema coloniale e razzista, questi progetti vengono finanziati senza alcuna verifica”, fa sapere Fiore Longo, l’antropologa di Survival che ha raccolto la documentazione per convincere Bruxelles ad approfondire. “Bisogna decolonizzare la protezione della natura – spiega – perché la creazione di aree protette è legata al colonialismo”.

L’inchiesta di Buzzfeed

Il reportage del The Guardian su abusi e torture

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