È a uscito, per Infinito edizioni, il nuovo libro del naturalista bolognese Gabriele Bertacchini L’orso non è invitato – gli animali, l’uomo, la scomparsa di biodiversità sulla Terra. Le attuali e controverse discussioni che hanno portato la popolazione di orsi bruni in Trentino al centro dell’attenzione mediatica nazionale diventano un modo per riflettere su quella che è la posizione dell’uomo all’interno del territorio che lo ospita.

“La crisi è culturale – commenta Bertacchini – L’attuale riduzione di biodiversità, che sta avvenendo ad una velocità da cento a mille volte più elevata rispetto al ritmo naturale, è dovuta prima di tutto alle scale dei valori che si scelgono di adottare. Dobbiamo essere coscienti di essere il tassello di un mosaico più grande; del resto, in termini di biomassa, rappresentiamo solo lo 0,01 per cento della vita sulla Terra. La ordinanza di abbattimento dell’orsa Jj4 firmata dal governatore della Provincia di Trento si colloca all’interno di questa dimensione. È il risultato di certe idee che pongono ogni risorsa al servizio dell’uomo e delle sue attività. Se ci poniamo su queste frequenze, ci sarà sempre qualche essere vivente con il quale entreremo in contrasto, tanto da volerlo soggiogare o eliminare. La presunta pericolosità dell’orso va inoltre ridimensionata, anche di molto, se è vero, come riportano le statistiche, che ci sono più probabilità di ferirsi a causa di un ramo che cade all’improvviso, di un sasso che spunta dal terreno o di un cervo”.

Nei diversi luoghi del pianeta cambiano le storie e i protagonisti ma non le ragioni di fondo che sono alla base della perdita di biodiversità. È intuitivo comprendere come questa si possa verificare a seguito di una pressione mirata. Ad esempio, oltre che per contenere alcuni animali considerati “scomodi”, per impossessarsi di qualche cosa che loro possiedono: le zanne nel caso degli elefanti, le ossa nel caso delle tigri, le squame nel caso dei pangolini. Più sottile è rendersi conto di come ciò possa avvenire a seguito di azioni indirette, ovvero di piccoli comportamenti quotidiani che incidono sull’ambiente circostante andando a modificarlo. In questi casi vengono a mancare i filtri emotivi, quelli che si instaurano quando si vive qualche cosa in modo diretto, rendendo più difficile e complesso intervenire. Se un milione di specie animali e vegetali (ovvero una su cinque di quelle conosciute) sono a rischio di estinzione nel breve periodo, è soprattutto per questo motivo.

Le perdite di ambienti naturali, in questo senso, sono devastanti. Il più delle volte, senza che ce ne rendiamo conto, avvengono per soddisfare nostre esigenze accessorie. Basta guardare le foto delle più grandi “miniere” da cui si estraggono i minerali che servono per produrre tutti gli oggetti che possediamo. Ogni cinque secondi scompare un tratto di foresta grande come un campo da calcio, magari solo perché nei Paesi più ricchi si vuole mangiare più carne e quindi servono nuovi terreni in cui piantare la soia o i cereali che andranno a nutrire gli animali degli allevamenti intensivi.

In Italia, ogni giorno le coperture artificiali si sostituiscono a circa 15 ettari di terreno, magari solo per fare nuovi centri commerciali. “Per convivere con gli altri esseri viventi dobbiamo essere consapevoli e responsabili. È questa, oggi, in un mondo globalizzato, la sfida maggiore. Si sta assistendo ad un pericoloso appiattimento della diversità; ma in un mondo sempre più uguale e monotono, invece, proprio la diversità potrà essere la chiave vincente”.

La bellezza della vita che ancora esiste è il punto di partenza per trovare delle risposte efficaci. “Se ci facciamo travolgere dall’armonia della vita, tanto da innamorarcene – conclude l’autore – non potremo fare altro che provare il desiderio di conservare tutte le diverse specie viventi, come se fossero una parte di noi. La nostra mano diventerebbe allora come una carezza, in grado di custodire ciò che tocca”.

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