Salvare anche una sola vita non ha prezzo, ci riuscisse pure il diavolo. Figuriamoci se a farlo è il no global Luca Casarini che con l’equipaggio della nave Mare Jonio di esseri umani ne ha tirati fuori dalle onde 49. Poi però la politica è questione soprattutto di consenso (elettorale) e non siamo affatto convinti che oggi a festeggiare lo sbarco dei migranti a Lampedusa, sani e salvi, ci sia l’intera pubblica opinione. Certamente non esulta quella sempre più larga fetta di italiani che vede in Matteo Salvini il vendicatore del “buonismo radical chic”, e che certamente plaude convinta il ministro della pacchia è finita quando chiede alla magistratura di arrestare gli autori del misfatto.

Noi non crediamo che quel 34% che i sondaggi attribuiscono alla Lega sia composto di cittadini dal cuore di pietra, inclini al razzismo e che non muoverebbero un dito se vedessero un loro simile, qualunque sia il colore della pelle, aggrappato a un relitto nel mare in tempesta. Non è così che funziona e continuando a dividere l’Italia in buoni (noi) e cattivi (chi non la pensa come noi) non si fa altro che spingere sempre di più i presunti malvagi tra le braccia di un leader quanto mai scaltro, che ha sdoganato, a proprio uso e consumo, la diffusa insofferenza nei confronti delle anime belle. Quelle stesse che fanno un altrettanto uso e consumo politico dei cosiddetti buoni sentimenti. Quando, sulla Stampa, Vladimiro Zagrebelsky scrive di esseri umani “usati in una battaglia politica che trascende di molto la loro vicenda individuale, la loro stessa vita”, come dargli torto? Disperati, della cui fuga nulla sappiamo, “se abbiano o non abbiano diritto al rifugio come la Costituzione e la legge prevedono” ma “esposti davanti al porto di Lampedusa per ottenere il permesso di sbarco”. Oppure, “in caso di rifiuto, a conferma della disumanità della politica di Salvini (e del governo che defilato lo lascia fare)”.

Salvini a cui proprio ieri il Senato ha negato l’autorizzazione a procedere per la precedente vicenda della Diciotti e che dunque incassa una vittoria immediata e subito ne prenota un’altra nel caso, probabile, la Procura di Agrigento proceda contro Casarini e compagni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Perché, e siamo al cuore del problema, Salvini vince anche se meriterebbe di perdere: come quel Gastone Paperone che nei fumetti Disney quando cade in una buca ne esce senza un graffio e per giunta con un portafoglio smarrito e ben fornito.

Nel nostro caso, il vero colpo di fortuna del ministro è aver trovato degli alleati di governo come i Cinque Stelle che si adoperano in modo indefesso per spianargli la strada verso le vette del potere. Dei generosi donatori di sangue che si consumano nel sacrificio supremo, giorno dopo giorno, mentre lui si gonfia di voti e di boria. Nel mercoledì appena trascorso, mentre al Senato l’Avis grillino si accingeva a salvare Salvini dal processo, il pentastellato Marcello De Vito, presidente del Consiglio comunale di Roma, veniva spedito dietro le sbarre con l’accusa di corruzione. Con il che gli esponenti del già malconcio M5S finivano nel tritacarne di chi non vede l’ora di arruolarli nel magna magna del sono tutti uguali (anche se nel caso in questione e fino a prova contraria, trattasi di responsabilità penale individuale). Categoria, quella del magna a cui per un vero prodigio riesce a sottrarsi il Gastone del Carroccio, pur se gravato dal bottino di quei 49 milioni illecitamente incamerati ma che il partito potrà finire di restituire, per grazia ricevuta dalla magistratura genovese, tra appena 81 anni. Questo senza contare i problemucci del sottosegretario Armando Siri (bancarotta) e del viceministro Edoardo Rixi (spese pazze alla Regione Liguria), che sono un po’ i Cip & Ciop della Lega, ma di cui sui giornali (quasi) nessuno ricorda i trascorsi. Insomma, tutti lavorano per Salvini. Perfino le Ong nostrane che quando al ministro della Paura manca la materia prima gliela vanno a recapitare direttamente al Viminale.

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