Sono undici anni che intorno alle nove di sera si sente la sua voce in televisione. Gli serve per cucire ai bordi di un fatto un pensiero nobile, un punto di vista trascurato. Ingiustamente trascurato. E trascinarlo alla ribalta, portarlo agli occhi nostri. Come il sarto di paese alle prese con la piega di un pantalone già liso. Paolo Pagliaro fa la tv con l’inchiostro e la carta. Non solo non buca il video, ma se ne tiene alla larga. In questo modo, lasciando che le immagini di repertorio facciano il loro corso, ha costruito le sue fortunate note serali all’interno del programma di Lilli Gruber, Otto e Mezzo su La7. Il conto dice che sono duemilaseicento le note scritte, titolate “Il punto”, della durata di due minuti ciascuno (duemila battute su tastiera).

Siete di Bolzano, tu e lei. Quasi tedeschi con una vocazione genetica alla pignoleria.
Ci conosciamo da ragazzini, abbiamo esperienze professionali comuni e a Lilli venne di chiamarmi quando le fu offerta la conduzione.

Hai diretto giornali, l’Adige e altri quotidiani veneti, sei passato per Repubblica e l’Espresso, hai fondato e tuttora dirigi 9Colonne, agenzia di servizi giornalistici. Con la televisione hai poco da spartire.
Mi tengo tuttora a distanza di sicurezza. Tento, per quel che posso, di dare un pensiero a frammenti quotidiani che in qualche modo si concilino con il tema che Lilli tratta.

Fare una trasmissione quotidiana è dura.
Ci vuole fisico per un talk quotidiano e una fatica che non si può dire. La Gruber tiene magnificamente testa alla prova di resistenza e mi pare anche con qualche soddisfazione visto che ormai abbiamo una media di due milioni di spettatori. Una meta imprevista, una quota davvero molto alta.

Ma si può ogni sera essere originali, puntuti, interessanti? Ogni sera essere fortunati con gli ospiti in studio, fargli illustrare pensieri che già non siano stati ascoltati?
Fare domande, mediamente intelligenti, è un esercizio che necessita di cura preventiva. Quest’anno abbiamo evitato di invitare politici, tranne i pochissimi di prima linea che accettano di esserci (Di Maio, per esempio, non ha grande voglia di stare con noi). La scelta si è rivelata assai felice. Puntiamo sui commentatori, su chi abbia opinioni e le sappia dire.

La televisione aiuta e viene aiutata spesso dai battutisti. La battuta, magari scema, è il colpo di karate.
Da noi i battutisti non hanno grande considerazione. Poi, è vero, la televisione premia chi sa dire con chiarezza nel tempo concesso. Premia la chiarezza alla profondità dell’esposizione.

Il linguaggio televisivo costruisce un network di persone abili davanti alla telecamenera. Un circolo chiuso che a volte se la canta e se la suona. Ma ne esclude altre, parimenti in gamba, magari perché sottostimate dallo share.
Però, per dirne una, la professoressa Elsa Fornero è molto apprezzata dai telespettatori. Eppure è stata lungamente vilipesa e non è propriamente espressione dello spirito del tempo. Facciamo ottimi ascolti con la Fornero. Meglio di lei solo Marco Travaglio. Sotto di lei Massimo Cacciari. Poi è vero che ci sono ospiti non adatti alla tv. Giorgio Bocca non riusciva a farsi capire. Non parliamo di Buzzati. Ma naturalmente erano dei grandi. Mi piacerebbe che la televisione ospitasse anche chi è in difficoltà con questo mezzo. Fosse per me…

Adesso è il tempo dei social. Non pensieri, ma parole come pallottole.
Abbiamo consentito che questo falso territorio di libertà detenuto da multinazionali sottraesse senso al nostro mestiere. Accettiamo che il potere si proponga con dichiarazioni unilaterali, senza che esista il contraddittorio, senza lo spazio per le nostre domande, per le nostre osservazioni o contestazioni.

Abbiamo consumato la nostra reputazione, privilegiando relazioni nel nome di ambizioni ben curate.
Dovremmo stringere un patto per negare visibilità alle dichiarazioni immesse nei social come abbiamo fatto con la Carta di Treviso per la tutela dei minori. Un impegno a non considerare né amplificare né commentare dichiarazioni non sostenute da un contraddittorio. È la pigrizia che ci frega. Sui social si parla delle cose viste in televisione. E la tv analizza e commenta le notizie lette sui giornali.

Ah, i giornali.
L’esperienza ci mostra che le testate che affrontano con più coraggio e con più successo la crisi sono quelle che hanno ben chiaro in testa che le idee non sono i fatti. Il giornale non deve divenire uno strumento di lotta politica.

Il giornalismo però non è solo tecnica, ha il senso di un dovere civile. Prende parte, e se lo fa con trasparenza, illustrando le ragioni delle proprie opinioni, non ha di che chiedere scusa.
Non discuto, e non vorrei essere frainteso. Deve esistere quel tipo di giornalismo, ma in Italia tutti sono saltati negli anni scorsi, per mera convenienza, nella cosiddetta battaglia anticasta. Era battaglia civile? Era giornalismo? Oppure salto della quaglia?

La televisione è stata regina di questo sport.
Bisogna riconquistare la curiosità di approfondire anche fatti minuti, e poi scavare e scavare ancora. Dentro ci trovi grandi questioni. Ricordo che un giorno mi impelagai in una piccola notizia: la Regione Lombardia aveva stanziato un milione di euro per finanziare l’acquisto di profilattici da inviare in Africa. Il tema del controllo delle nascite nei Paesi del terzo e quarto mondo a grave rischio di fame è da sempre nei programmi delle organizzazioni internazionali. Approfondendo la notizia mi imbattei in due tesi opposte. La prima dice: la riduzione delle nascite contribuisce ad alleviare la povertà. Meno bocche da sfamare, meno pugni di riso servono. La seconda tesi invece teorizza che fare figli, altri figli, quando i primi ti muoiono, è l’unico modo per sperare che ci siano altre braccia che ti aiutino a combattere la tua fame. Non si è poveri perché si fanno molti figli. Ma le famiglie numerose, magari decimate dalle morti per fame, esistono perché si è poveri. Non ti sembra che questo sia un tema che necessiti, per fare il primo esempio venuto in mente, un qualche approfondimento?

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