Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, è in testa nella corsa per la segreteria del Pd: secondo un sondaggio Izi se si votasse oggi raggiungerebbe il 38,2%. Ben 14 punti più dell’ex ministro Marco Minniti (fermo al 23,8), ma lontano da quel 51% che permetterebbe di non dover passare dalle forche caudine dell’assemblea nazionale per la scelta finale dei delegati. A quel punto l’ago della bilancia sarebbero gli uomini raccolti dal 17,9% di Maurizio Martina. Più lontani gli altri candiaati: 6,9% Francesco Boccia, 5,2 Dario Corallo, 4,9 Matteo Richetti e 3,1 Cesare Damiano. Fin qui il sondaggio.

Ben più difficile ottenere risposte da osservatori, artisti e politici di area dem: molti non hanno ancora le idee chiare o preferiscono non schierarsi, alcuni aspettano fino all’ultimo per capire su quale carro è meglio salire. Altri ammettono senza problemi di non gradire nessuno dei sette candidati. Domenica è arrivata la stroncatura di Romano Prodi, ospite a Mezz’ora in più: “Si sanno i nomi e non i programmi. Non so descrivere l’idea di partito che hanno i diversi candidati. E questo è gravissimo”. La contesa non scalda neanche Francesco Rutelli, un altro dei padri nobili del Pd: “Seguo il dibattito con amicizia ma in assoluta libertà. Non sono iscritto al Partito e penso che la scelta del leader spetti a chi ne fa parte. Altro è se si parla di candidature al governo. Ma anche qui: le vecchie primarie avevano tutt’altro significato, visto che le coalizioni erano due e la legge era maggioritaria e non proporzionale. E come si vede ora le coalizioni si fanno dopo il voto…”.
Lontani dalla loro creatura sono altri quattro dei 45 fondatori del 2007. Si sfilano Gad Lerner (“Non lo considero un evento di gran rilievo, al di là di chi possa vincere”) e Rosy Bindi, che in cinque parole liquida 24 anni di Camera e 4 di presidenza Pd: “Non ho commenti da fare”. Mostra delusione Arturo Parisi, ulivista che vede naufragare il suo modello di centrosinistra: “Non ho ancora sentito da nessuno dei principali candidati delle proposte che mi consentano una scelta fondata. Il tempo è maturo per un congresso di scelta tra persone che stanno in campo in nome di un progetto per il Paese, prima ancora che per il partito”. Più eccentrico, ma non così lontano nei contenuti, è Carlin Petrini: “Primarie? Allontana da me questo calice!”.

Per trovare qualcuno che si schieri bisogna andare in Emilia. Elisabetta Gualmini, politologa, vicepresidente della Regione: “Sostengo Zingaretti, è il candidato più inclusivo, il migliore per rendere il Pd un partito trasversale, libero da correnti. E come amministratore locale sa bene quali sono i problemi del territorio”. Con Zingaretti (pur con molti più dubbi) anche Domenico De Masi, sociologo “di sinistra” (ipse dixit): “Per la verità nessuno dei candidati ha espresso un programma o un’idea portante del tutto convincente, ma turandomi il naso non ho dubbi nello scegliere Zingaretti. D’altra parte Minniti è uno di destra infiltrato a sinistra, cosa che succede in un partito disorientato che non sa scegliere gli uomini”.

Ma se Minniti è accusato di rappresentare la destra, Zingaretti non passa certo per bolscevico. Renzo Ulivieri, allenatore di calcio, ex Pci e Ds: “Interessarsi alla politica è un dovere, ma quando sento dire che il Pd è di sinistra mi ribolle il sangue e mi vien da dire: fate quello che vi pare. Nessuno dei candidati mi appassiona, perciò li guardo da lontano e con poco interesse”.
Dice la sua anche l’attore Ivano Marescotti: “Sono disinteressato a questo pseudodibattito. Nessuno dei candidati è convincente, ma almeno Boccia ha riconosciuto che il Pd rinasce solo guardando all’ala sinistra del Movimento 5 Stelle, che rappresenta milioni di voti. Inizialmente anche Zingaretti sembrava pensarla allo stesso modo, poi ha cambiato idea. Sarebbe quella la strada da intraprendere, a patto di fare piazza pulita di chi ha affossato il partito”.

Del rapporto tra Pd e 5 Stelle aveva parlato nei mesi scorsi anche Pif, che però oggi dribbla il dibattito: “Me ne esco con piacere”. Usa l’ironia anche Erasmo D’Angelis, ex direttore de l’Unità ora all’Autorità Bacino distrettuale dell’Italia centrale: “Primarie? Mi occupo di frane, alluvioni. Altre tragedie”. Testa altrove, come Massimo Bray: “Mi sono dimesso dal Parlamento per lavorare in Treccani. Non seguo proprio il dibattito”.

Fuori dal Parlamento, ma non dalla politica, è invece Laura Puppato, che evidenzia un vulnus di queste consultazioni: “Sono tutti uomini. Spero ancora che ci sia qualche altra figura di rinnovamento che raccolga la sfida, perché per il momento nessuno dei candidati mi fa battere il cuore. E se non lo fa battere a me, che sono attiva nel partito, mi immagino alla gente…”.
Serve ancora tempo anche a Mattia Zunino, segretario dei Giovani democratici: “Sì, è vero, conosco Dario (Corallo, nda) da una vita, ma non ho ancora deciso chi votare. È giusto che non si scelgano le persone, ma cosa propongono per il partito. Per il momento ho visto solo parti di ceto politico che si spostano, col tempo avrò le idee più chiare”.

Stanno con Minniti invece due reduci della stagione pre-gialloverde. Stefano Esposito, storico pasdar “Sì tav”: “Volevo Minniti come candidato premier il 4 marzo, figurarsi se non lo sostengo ora. È l’unico che può aiutare il Pd a farsi ri-ascoltare, che ha la credibilità per evitare che quando parliamo noi gli altri cambino canale”.

E poi c’è Marco Leonardi, consulente economico degli ultimi governi e membro del dipartimento economico del Pd: “Sto con Minniti, perché penso si debba salvare il lavoro riformista di questi anni. I temi su cui si gioca il consenso sono l’immigrazione e la povertà: sulla prima parla il lavoro che ha fatto all’Interno; sulla seconda, Minniti ha la sensibilità per affrontare il problema, essendo tra l’altro dal Sud”. Non abbastanza per convincere Fabrizio Barca (“Non sto seguendo, non ho una posizione”) e Gianni Cuperlo (“Non mi iscrivo agli eserciti preventivi, voglio prima vedere le proposte”), mentre Chicco Testa, già deputato Pci-Pds, adesso riconduce la scelta a una dimensione privata: “Mi incuriosisce il dibattito, ma non trovo opportuno esprimermi”. Stessi patemi dell’ex deputata Paola Concia: “Una preferenza ce l’ho, ma la tengo per me”. E così fa anche Marco Bentivogli, che motiva la riservatezza con la carica di segretario dei metalmeccanici Cisl: “I sindacalisti devono fare i sindacalisti, non campagna elettorale. Non non ho alcuna posizione sulle primarie”.

Interessante la considerazione di Antonio Di Pietro, ex Italia dei valori e ministro ulivista: “Quando ci sono così tante candidature è segno di controllo da parte della classe dirigente, servono a fare la conta interna. E questo è molto Dc, più che Pd”.

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