Twitter come arma di distruzione di massa: il social network dei cinguettii è sotto attacco, spacciato come principale tramite di campagne d’odio e di influenza dell’opinione pubblica italiana. Ogni tweet è considerato una pallottola capace di cambiare le sorti dei voti alle urne, di favorire razzismo e xenofobia, di riempire le piazze, di attentare all’autorità, alla vita e pure alla libertà del capo dello Stato. Eppure, tra troll russi e attacchi a Mattarella, ancora nessuno è stato in grado di fornire dati completi che inquadrino le dimensioni del problema in Italia: si parla di dossier e indagini ma i contorni sono sempre indefiniti. Non esistono quasi neanche i numeri ufficiali degli utenti attivi su Twitter in Italia.

Andrea Barchiesi è l’ad di Reputation Manager, un’azienda che si occupa di reputazione online e di intelligence. “Twitter, da solo, non può spostare l’ago della bilancia dell’opinione pubblica – spiega – Questo significa che la struttura d’attacco rivelata finora non è molto articolata”. Barchiesi spiega che per parlare di un vero e proprio attacco sui social network bisognerebbe reperire un ventaglio di piattaforme ben più ampio. “Deve funzionare tutto come un’orchestra. Un assolo di violoncello non basta. Da fuori è percepita come una dinamica complessa perché non si è abituati a queste guerre reputazionali.

Un effetto, anche se non è quello che ci si aspetterebbe dopo giorni di bombardamento mediatico sulla potenza delle fabbriche dei troll, comunque c’è: “Twitter non è la parte più aggressiva ma è la parte che arriva direttamente a politici, giornalisti e opinion maker – aggiunge Barchiesi – Arriva a quei soggetti che poi creano un’onda emotiva. Non alle persone comuni, ma a chi prende le decisioni. È come un tiro mirato”. Il paradosso è che chi se ne lamenta e gli dà peso finisce per amplificare un fenomeno che avrebbe un impatto minimo: “È questa la grande ironia. Più la si rilancia, più prende forza”. E più si è sintonizzati su un canale, più quello ci tormenta. D’altronde era lo stesso Corriere – che nei giorni scorsi per primo ha riferito delle indagini coordinate sui presunti attacchi a Mattarella su Twitter – a scriverlo nel 2016: “Anche Twitter, regno dell’ordine cronologico per eccellenza, ha deciso alla vigilia dei suoi sofferti dieci anni di introdurre l’algoritmo che dà la priorità ai cinguettii affini ai nostri gusti, interessi e precedenti scelte. È qualcosa a cui ormai siamo assuefatti: ci agitiamo sempre nello stesso stagno”.

Prendiamo la fanatica di destra “Elena07617349”, considerata account chiave del complotto anti-Colle dal Corriere. Il “troll russo” l’ha ritwittata o citata per dieci volte (nei 12mila tweet italiani contenuti nel fascicolo sul Russiagate americano): è probabile dunque che Elena sia stata vista, commentata e abbia interagito solo con persone che la pensavano già come lei o che monitoravano quei temi. L’analisi elaborata per il Fatto dai due studiosi Usa che hanno redatto il dossier Russiagate (Darren Linvill e Patrick Warren) rivela poi che – dal 2015 a fine 2016, cioè il lasso di tempo che hanno potuto analizzare – la maggior parte dei tweet di “Elena” aveva sentiment neutrale. Tradotto: niente aggressività né violenza, né polemica.

Prima ancora della richiesta di impeachment per Mattarella da parte di Luigi Di Maio, la società di web reputation aveva effettuato una analisi su Facebook e Twitter relativa alla decisione del Quirinale su Paolo Savona: il 65% degli utenti non era d’accordo col presidente della Repubblica. Le critiche, però, si erano concentrate soprattutto su Facebook, dove l’80% dei commenti era negativo, al contrario gli utenti di Twitter erano decisamente solidali nei confronti del presidente (il 79% sosteneva la posizione del Colle).

In pratica, Facebook aveva raccolto le immediate reazioni degli utenti con una carica emotiva più evidente mentre su Twitter erano rimaste quelle del mondo dell’informazione, della politica e in generale di utenti che avevano preferito mantenere nei loro commenti una linea più tecnica e istituzionale. Non proprio lo specchio della realtà.

È in questa dinamica che potrebbe inserirsi la questione dei 360 account e la stranezza del loro improvviso attivarsi. Questione però, che nello stesso contesto, può esaurirsi. “I numeri che fa un servizio del Tg5 sono molto più alti – spiega Barchiesi – e poi bisogna tenere conto del fatto che non si tratta di un attacco autonomo: Di Maio e Salvini si erano esposti già molto ed erano loro la reale direttrice d’attacco. In sintesi si è trattato di una operazione di supporto, peraltro limitato, ad un qualcosa che aveva già una sua forza naturale molto importante. Un piccolo corpo di fanteria che aiuta un esercito. Utile, tutt’altro che essenziale”. Giova ripeterlo: stabilire l’impatto di un tweet sul pubblico è quasi impossibile (sempre per ammissione degli stessi esperti americani). Si può parlare solo di “potenziale” e, di conseguenza, si rischia – in assenza di ipotesi di reato – di processare l’ineffabile.

Il tentativo di controllare la rete e il suo spazio d’opinione è stata molto presente negli ultimi due anni in Italia: diverse proposte legislative in Parlamento per il controllo delle fake news (qualcuno propose multe e carcere per “notizie esagerate”); il tentativo di creare nuovi reati legati al web nella legge sul cyberbullismo; la proposta di una commissione governativa sulle bufale o di ampliare i poteri dell’Agcom alle fake news; l’istituzione – durante la fase elettorale – del pulsante rosso della Polizia Postale per verificare le segnalazioni; la direttiva Ue sul copyright poi abortita che, di fatto, rischiava di limitare tanto il diritto di satira che quello di cronaca. Come dire: avanti il prossimo.

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