La Siria è così piena di ritratti di Bashar Al Assad – in strada, sui muri, in albergo – che a tutti sembra già di conoscerlo. Eppure l’uomo che ti stringe la mano nel palazzo presidenziale costruito dal padre Hafez, a parte la cravatta rigorosamente di Hermès, ha poco in comune con il leader dallo sguardo indomito dell’iconografia di regime. Si è anche tagliato i baffi, forse per sembrare più occidentale. Dall’alto del suo metro e novanta, fissa con occhi azzurri spalancati i giornalisti che ha voluto incontrare nel tentativo di spiegare all’opinione pubblica internazionale la sua versione sulla catastrofe siriana. Raggiungere Assad non è semplice, è stato possibile solo accompagnando una delegazione di Europarlamentari che, a titolo personale, cerca di riattivare un’azione diplomatica europea sullo scenario siriano, per superare l’attuale isolamento (tra i promotori due italiani, Fabio Massimo Castaldo del Movimento 5 Stelle e Stefano Maullu di Forza Italia).

Mentre parla, Assad intreccia le lunghe dita – solo le mani rivelano i suoi 52 anni – la sua voce è così sottile che bisogna protendersi verso di lui per non perdere le parole, quasi coperte dai clic delle macchine fotografiche del regime, le uniche autorizzate a riprendere il presidente. È quasi un sussurro, ma il volume è la sola cosa moderata: la crisi dei rifugiati è colpa dell’Europa, la strage di quasi mezzo milione di siriani è responsabilità dell’Occidente e delle monarchie petrolifere sue alleate, foraggiatrici dell’Isis e di al Qaeda (che in Siria ha avuto a lungo il nome di Al Nusra). E l’unico perno di stabilità è proprio ciò che Europa e Stati Uniti più contestano: l’asse tra Assad, l’Iran e la Russia di Vladimir Putin.

Signor presidente, due giorni fa c’è stato un altro attentato a Damasco: la situazione in Siria è ancora pericolosa. Cosa pensa delle parole del premier israeliano Netanyahu sul ruolo dell’Iran, la cui presenza in Siria bloccherebbe ogni processo di pace?

Sono aspetti differenti del problema che è aggravato dalle ingerenze esterne. Attentati terroristici come quello di sabato a Damasco (oltre 40 morti, ndr) avvengono ogni giorno, talvolta ogni ora. Finché ci saranno terroristi ovunque in Siria, ogni cittadino siriano sarà in pericolo. Chi supporta questi terroristi? È questo che vorrei chiedere ai leader europei che fin dall’inizio della crisi in Siria hanno fatto le scelte sbagliate. Scelte che hanno causato distruzione in Siria e l’affermarsi del terrorismo nella regione. E gli attacchi terroristici in molte città europee, oltre alla crisi dei rifugiati. Il solo ruolo dell’Europa e dell’Occidente guidato dagli americani è stato sostenere i terroristi. Parlano di ‘processo politico’, ma al momento non c’è alcun impegno concreto. Completamente diverso il ruolo dell’Iran: sostiene la Siria nel combattere i terroristi e dal punto di vista politico, nella regione e a livello internazionale. Israele invece appoggia direttamente i terroristi, con la logistica o con raid diretti contro il nostro esercito nelle aree confinanti.

Come spiegherebbe il rapporto tra Russia e Siria? Nei media internazionali le descrizioni variano dalla cooperazione fruttuosa alla colonizzazione.

Stiamo ai dati di fatto: da quando i russi hanno cominciato i loro raid contro l’Isis, coordinandosi con l’esercito siriano – ovviamente dopo che noi abbiamo chiesto loro di sostenerci – l’Isis ha iniziato ad arretrare. Prima c’era solo quella che viene definita l’Alleanza americana o occidentale, un’alleanza di facciata. E l’Isis si stava espandendo. Si è iniziato a contestare il ruolo dei russi solo dopo che hanno iniziato ad avere successo sul terreno. Ma la Russia, con l’esercito siriano, ha avuto successo nel combattere i terroristi, e la riconquista di Aleppo e Palmira ne sono la dimostrazione concreta. Sono fatti, non opinioni. Quanto al rapporto politico con il governo, fin dall’inizio della guerra sei anni fa – prima di mandare le truppe in Siria – ogni passaggio politico e poi militare è stato deciso discutendone con il governo siriano. La relazione dei russi con la Siria si fonda su due pilastri: prima di tutto la sovranità della Siria, che è parte della carta delle Nazioni Unite. E il secondo elemento è morale: non c’è alcuna colonizzazione, ma solo una relazione che dura da sei decenni. Tra Siria e Russia è sempre stata la stessa, anche se in circostanze differenti.

Questa guerra è ormai molto lunga, con oltre 400.000 vittime. L’Onu considera lei il responsabile e in tanti le chiedono di lasciare il potere per favorire la pace. Lei cosa replica?

Prima di tutto, è il popolo siriano a dover scegliere il proprio presidente e a chiedergli conto di ogni conflitto o problema, non certo le Nazioni Unite, che non hanno alcun ruolo. E tutti sappiamo che dopo la caduta dell’Unione sovietica, nell’Onu non c’è equilibrio politico. Alcuni Paesi nel Consiglio di sicurezza, quelli con il seggio permanente come Francia, Gran Bretagna e Usa, hanno provato a usare l’Onu per ribaltare governi che non obbedivano o non rispettavano le loro priorità. Io ascolto solo il popolo siriano, non mi interessa cosa dice l’Onu o qualche esponente straniero. Quanto ai morti e ai rifugiati, dobbiamo avere chiaro che gran parte di questi sono responsabilità degli europei. Non direttamente, ma attraverso il sostegno ai terroristi, fin dall’inizio e anche ora che continuano a definirli ‘moderati’. Sanno che è un’illusione, non ci sono milizie ‘moderate’ in Siria. Tutte sono estremiste: che tu sia moderato o meno, nel momento in cui hai in mano armi da fuoco e un arsenale, uccidi persone e distruggi proprietà, diventi un terrorista. Nel mio Paese, nel vostro, ovunque. Nessuno può dire che qui ci sono ‘assassini moderati’ o ‘terroristi moderati’. Veniamo ai rifugiati, soprattutto quelli che vanno verso l’Europa: non tutte le persone sono fuggite per colpa dei terroristi o delle distruzioni. Molti se ne sono andati per l’embargo dell’Occidente e dell’Europa, che è complementare alla devastazione e ai massacri a opera dei terroristi nello spingere la gente a fuggire, anche in Europa.

Si rimprovera qualcosa per come ha gestito la crisi? Si sente in colpa per qualcosa che ha fatto e che vorrebbe poter cambiare?

Bisogna distinguere tra l’opinione del presidente o del funzionario e i suoi doveri. I doveri derivano dalla Costituzione. Per il governo siriano e per ogni pubblico ufficiale il dovere è difendere il proprio Paese. Se non lo facessimo, allora sì che avremmo qualcosa di cui sentirci in colpa. Ma come si può rimproverarsi per aver difeso il proprio Paese? La nostra opinione – che non è connessa alla Costituzione – è che si debba dialogare con ogni siriano, inclusi quelli nelle milizie. Abbiamo deciso di discutere perfino con i terroristi, per evitare che si sparga altro sangue siriano. Come possiamo rimpiangere di aver tenuto aperto il canale del dialogo? Non possiamo. Ogni scelta politica può comportare degli errori nella sua attuazione. Ma questi non li rimpiangi, li correggi. La domanda però andrebbe fatta anche ai leader dell’Occidente: provano rimorso per aver sostenuto i terroristi in Siria, chiamandoli moderati, e definendoli all’inizio ‘dimostranti pacifici’, quando invece venivano uccise persone, e limitandosi ad accusare il governo siriano mentre sapevano che i loro combattenti per procura stavano uccidendo il nostro popolo? Hanno rimorsi per quello che è successo in Siria sei anni dopo? Loro dovrebbero averne, non noi.

Può citare almeno un errore? Ha detto che gli errori vanno corretti.

Io devo valutare me stesso, per quanto riguarda le scelte politiche. L’attuazione è fatta di molti dettagli. Ora non mi viene in mente nulla. Ci possono essere stati errori individuali, ma non si possono valutare per sentito dire, prima che ci sia stata una vera indagine. Questo è il lavoro delle istituzioni, non del presidente.

Tutto il mondo si chiede che Paese sarà la Siria dopo la crisi, per esempio se sarà più federale. Lei ha un’agenda di riforme sulle questioni sociali, sulla protezione dei diritti umani o su come rendere l’esercito e le agenzie di sicurezza più trasparenti e controllate?

La guerra è una lezione molto dura per ogni società. Ogni Paese, dopo un conflitto, dovrebbe essere migliore. Quando ti trovi con la guerra che arriva dall’esterno, con i siriani usati come combattenti per procura, non basta accusare l’Occidente o gli Stati dei petroldollari che sostengono i terroristi. Dobbiamo guardarci negli occhi e chiederci ‘cosa c’è che non va nel mio Paese?’. Non sto parlando come presidente, ma come cittadino siriano. Se vuole parlare di come sarà la Siria dopo la guerra, il punto non è la mia agenda. La mia agenda si limita a facilitare il dialogo tra i siriani, perché questa è una discussione nazionale su quale sistema politico si vuole: presidenziale, semi-presidenziale, parlamentare e così via. Quando si affronta il tema del sistema politico, allora si può parlare di istituzioni – l’esercito, i ministeri, il governo e tutto il resto – che devono essere il riflesso della Costituzione. Questo richiede un dialogo ad ampio spettro nella società siriana perché, alla fine del percorso, ci sarà un referendum. Il governo non può stabilire che ‘questo è bene e questo è male per il destino del Paese’. Quindi io non voglio esprimere la mia visione del futuro della Siria, ma direi piuttosto qual è la visione siriana del futuro del nostro Paese. Ci vuole dialogo, ma la priorità dei siriani adesso è combattere il terrorismo. È un lusso parlare adesso di politica quando potresti essere ucciso nei prossimi minuti. Quindi, la priorità è liberarsi dei terroristi e avviare la riconciliazione in varie aree. Quando avremo raggiunto questi due obiettivi, potremo parlare di tutto il resto.

Alla fine tutta la politica in Medio Oriente si riduce a “Uccidi o sarai ucciso”?

Non dipende dalla politica, ma dalla cultura e non da quella delle origini. Da alcuni decenni si è diffuso questo approccio per colpa della ideologia wahabita (il tipo di Islam reazionario promosso dall’Arabia saudita, ndr) che non ne tollera altre. Non riguarda soltanto le persone religiose, questa atmosfera di rifiuto dell’altro può contagiare chiunque nella società. Ed è stato un fattore importante nel determinare l’attuale situazione in Siria. Se non si affronta questa questione e ogni parte della società non impara ad accettare le altre, si arriva alla guerra civile. Ora c’è uno scontro tra questa mentalità, propria soprattutto dei gruppi islamisti wahabiti, e il resto della società. Ma alla fine della guerra la mappa politica potrebbe essere diversa. Non è una questione culturale, è temporanea, locale. E ha colpito noi così come le società europee: i risultati li vedete nei vostri Paesi, soprattutto in Francia dove in molti si sono sentiti isolati e i predicatori wahabiti hanno avuto la possibilità di plagiare le loro menti. Ora ne pagate il prezzo. Molti dei più spietati leader di al Qaeda in Siria, dell’Isis o di Al Nusra, arrivano dall’Europa, non dai Paesi arabi. Noi abbiamo moltissimi combattenti provenienti dal mondo arabo. Ma i loro leader arrivano soprattutto dall’Europa.

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