L’Oscar vinto per La Grande Bellezza è di fronte alla bacheca delle pipe: “In un’altra scansia identica, in cui occupa democraticamente un posto uguale agli altri premi. Sono tutti lì, da quello di Cannes alla targa conquistata nel minuscolo paesino da 2000 anime”. Sorretto da mano divina, fantasia e laicità, Paolo Sorrentino si è posato con un magnifico film di 10 ore su quelle smarrite di un conclave cardinalizio intento a eleggere la propria guida. Con Jude Law nelle vesti di un pontefice oscurantista che predica severità e si cela agli occhi del mondo, The Young Pope, in onda dal 21 ottobre su Sky Atlantic, una serie originale di Sky prodotta dalla Wildside di Lorenzo Mieli e Mario Gianani, è un piccolo miracolo in cui autorialità e spettacolo, narrazione immaginifica e tensione, tocco personale e destini universali procedono verso una fideistica, meritata benedizione di critica e pubblico. Nell’attesa, con felpa nera, jeans e la normalità come abito talare, il regista indossa i panni di un qualunque fine settimana in famiglia senza segretari particolari né indulgenze: “A casa mia, dopo la sbornia di Los Angeles, siamo rimasti sobri. Vuole sapere qual è il tipico dialogo tra me e mia moglie?”.

Certo.

Daniela mi chiede di andarle a prendere una scopa. Da pigro provo a oppormi disperatamente: ‘Ma quale scopa, io ho vinto l’Oscar’ e lei, serafica: ‘Allora prendi anche la paletta, signor premio Oscar’. Daniela e i ragazzi sono indifferenti a queste cose. Indifferenti ai confini dell’insensibilità.

Dopo l’Oscar non è cambiato nulla?

Prima in giro mi chiamavano soltanto Paolo Sorrentino e adesso mi chiamano ‘il Premio Oscar Paolo Sorrentino’. È un suffisso che confina con l’umorismo, una carica virtuale che somiglia alla carica di barone. Qualcuno, facendomi molto ridere, si azzarda persino a darmi del maestro. La vita però non è cambiata. Forse c’è un po’ di reverenza in più, ma grazie a dio esistono gli amici.

Che fanno gli amici?

Mi dileggiano più di prima perché ancor più di quanto non accadesse in precedenza, si rendono conto della distanza tra quel che mi è successo e quel che sono. Ci sono età ed età per montarsi la testa, fortunatamente non mi è successo di sollevare un Oscar a 30 anni e quindi non c’è pericolo. È un bene, perché la vita di per sé è già abbastanza pericolosa.

“Andreotti non è pericoloso, è spericolato, che è tutta un’altra cosa”, diceva Enea, la segretaria di Andreotti ne Il Divo.

All’epoca immaginare il mio Andreotti mi divertì tantissimo. L’uomo apparentemente più attaccato al potere poteva farne a meno da un istante all’altro e giocare a carte con gli amici o vedere la Roma in tv perché aveva dalla vita il distacco sufficiente per svagarsi con la vita stessa. Giocare è consentito a chiunque, a patto che a un certo punto, senza traumi, si possa decidere di smettere di punto in bianco. L’altra sera ho dato vita a una serissima battaglia a Monòpoli con mio figlio Carlo. Dopo 2 ore però ero stravolto e gliel’ho detto: ‘È stato bello, ma adesso ci stacchiamo da ‘sto Monòpoli o no?’. È stato comprensivo. Ha capito.

In The Young Pope l’ironia di certi uomini di Chiesa travalica le liturgie secolari.

L’ironia è la benzina che ci consente di andare avanti e ci fa essere curiosi del mondo senza farci precipitare nell’ossessione. È un’arma per avere un rapporto sano con la vita. Se non la possiedi, rimani invischiato nelle cose. Se non conservi un angolo di superficialità, scendi a una profondità da cui poi non sai risalire e proprio come i sub inesperti finisci per lasciarci la pelle. L’ironia è l’unico strumento che conosco per avere questo rapporto ambivalente con l’esistenza. Crederci fino a un certo punto è un antidoto contro le ansie.

Lo stesso principio lo applica all’autoironia?

Assolutamente sì. Non riuscirei a non ridere di me stesso. Sarebbe triste. E vale per ogni cosa, da uno strepitoso sketch di Crozza su di me a tutto il resto.

Come si difende dalle ansie?

Con il mio modo di essere. Proprio come i miei personaggi, guardo alle cose della vita con divertimento, ma senza crederci fino in fondo. Personalmente fatico moltissimo sia con quelli che credono spasmodicamente a quel che fanno e a quel che rappresentano, sia con i cinici a ogni costo che giurano che tutto sia un’indistinta merda. C’è una bellissima terra di mezzo, una terza via, un sentiero che se percorso ti consente di vivere se non proprio bene, almeno abbastanza bene.

Per tornare a ciò che diceva prima, nella serie la vita sembra essere pericolosa anche in Vaticano.

Non a caso chi si pone il problema del rapporto con dio – parlo dei fedeli come degli uomini di chiesa – lo fa per trovare un’àncora di salvezza e un po’ di conforto di fronte al pericolo. E come lo affronta questo pericolo? Sollecitando un’entità assoluta.

E gli altri? Gli agnostici?

Quelli che sono poco inclini al rapporto con dio hanno un amorevole distacco dalla vita. Averlo è comprensibile perché credere nella vita è deludente. Dura pochissimo, la vita.


Un’esistenza intera le basterà per mettere in scena tutte le idee che le vengono in mente?

Le cose autentiche e necessarie da raccontare sono poche, per cui quest’unica vita dovrebbe bastarmi. Ho molte meno idee di quel che pensa, ma magari sono capace, partendo da un’idea di base all’interno di un quadro definito, di partorirne molte altre. Dalla storia di un Papa sono riuscito a dipanare un film di 10 ore e sono molto contento del risultato.

Chi ha visto le prime puntate vorrebbe sapere dove Pio XII, Papa Belardo, porterà una Chiesa scossa dal suo pontificato.

Se chi ha visto la serie desidera sapere come va a finire ho raggiunto un grande risultato. Credo di essere riuscito a girare una storia appassionante depurata da scandaletti e omicidi, prendendo spunto da un assunto che così appassionante in fondo poi non era. Cosa c’è di veramente appassionante nelle stanze del Vaticano, un mondo abbastanza respingente, fatto di soli uomini, dove le presenze femminili latitano e in cui hanno più o meno tutti un’età avanzata? Il mondo di cui mi sono occupato è un mondo identico a se stesso o quasi da duemila anni. Un microcosmo in cui i cambiamenti sono minimi.

Montanelli sosteneva che la Dc si dividesse i compiti: “De Gasperi parlava con dio e Andreotti col prete”.

Anche nel Vaticano di The Young Pope i compiti sono divisi, ma è il Vaticano stesso a rappresentare un’anomalia rispetto alla realpolitik di uno Stato come l’Italia. In Vaticano un governo c’è sempre. È una dittatura spuntata perché una dittatura senza un esercito è un non senso e un paradosso. È come una squadra schierata senza centravanti e con il falso nueve.

Con la produzione di The Young Pope, il Vaticano non ha collaborato.

Non ci ha aiutato, ma era prevedibile. Pur mitigata da divertimento e passione, la serie è stata un’avventura faticosa. Per mettere in piedi questa ‘baracca’ abbiamo preso centinaia di aerei e officiato un numero infinito di riunioni con i finanziatori americani. L’impresa più ardua in lavorazioni simili è tenere alta la barra dell’entusiasmo per così tanto tempo. Ci sono periodi in cui essere assaliti da noia e demoralizzazione è normale, ma sono impulsi letali che devi combattere e che non contribuiscono alla buona riuscita dell’opera. Mantenere ottimismo ed eccitazione su un progetto che si dilata negli anni non è semplice. In ultima analisi, un dubbio ti viene.

Quale dubbio?

Perché sto da 3 anni su questa storia, neanche fosse quella di mia sorella? Fondamentalmente – ti dici – ma a me che me ne importa del Vaticano?

Sono solo momenti?

Per fortuna. Momenti che tra l’altro coincidono con curva emotiva che accompagna la carriera di un qualsiasi regista. Nel mio mestiere si attraversano varie fasi. C’è una fase in cui hai vent’anni e vuoi fare a ogni costo le cose che pensi di saper fare. Non è una fase meravigliosa, perché sei permeato da un’ansia costante. Ti rendi conto che la montagna è lontana, la vetta altissima e l’ambizione enorme. Temi che non riuscirai a realizzarla perché ti sembra inverosimile che spunti fuori qualcuno così pazzo da consentirti di fare un lavoro così bello.

Con cosa confina quest’ansia?

Con la perenne attesa di una risposta. Io degli inizi mi ricordo soprattutto questo: una lunghissima attesa durata anni. Attendevo che qualcuno leggesse una mia sceneggiatura o un mio soggetto, che un produttore mi aprisse la porta o che un attore mi desse retta.

Poi?

Poi c’è stata una fase intermedia. Alcune cose le avevo già fatte e l’entusiasmo era maggiore, ma l’ansia non mi abbandonava perché dopo aver dimostrato di poter stare nel recinto, dovevo anche raggiungere dei traguardi. Oggi è diverso.

E com’è?

Adesso sono consapevole di ciò che posso e che non posso fare. Non sono ancora del tutto appagato perché i limiti esistono proprio per essere superati, ma mi sono liberato dall’ansia. Non è poco.

I padri, i sogni, le assenze. Il cinema le ha permesso di elaborare alcuni traumi e le ha consentito di superarli?

Non del tutto forse, ma in parte. Lo considero un privilegio straordinario all’interno di un mestiere eccezionale che ti consente – quando lo desideri – di fare un passetto a lato e di sfilarti con l’immaginazione da tutte le rotture di coglioni della vita. Di viverne una parallela. Almeno quando il regista te lo fanno fare davvero.

Altrimenti?

Fare il regista in maniera ipotetica o scrivere senza alcuna certezza è frustrante.

È come scaldarsi a bordo campo per 90 minuti.

Ma lei una metafora un po’ più alata di quella calcistica non ce l’ha?

Pensavo che il calcio le piacesse.

Lo amo. È una bellissima fuga dalla realtà anche quella. Un film di cui non conosci mai il finale.

Avrebbe perdonato Pellè per la mancata stretta di mano a Ventura? Nel ’74 Chinaglia con Valcareggi fece di peggio.

Ma Chinaglia non aveva mai tirato un rigore come quello di Pellè agli ultimi Europei. Ciò che me lo rende meno simpatico di altri è l’ottusità di fondo. Mandare a fare in culo Ventura imprecando in panchina poi è un’aggravante, perché Ventura è un uomo che non si manda a fare in culo per nessuna ragione al mondo. Ha un aspetto, una faccia e un profilo che ti invitano subito a diventargli amico. Sembra buono e paterno – e benché sia tutt’altro che debole e sciocco – forse induce gli altri a pensare che lo si possa maltrattare. Così accade che un calciatore che dovrebbe tacere per 3 anni almeno, si senta in diritto di insolentirlo. Il sospetto che lo stesso non si sarebbe azzardato a fiatare se l’allenatore fosse stato Mourinho è più che lecito.

Eppure eravamo sicuri che lei – per chi sbaglia – nutrisse una certa simpatia.

In assoluto è così. Ho simpatia per i mascalzoni e allergia per il politicamente corretto. Ha visto il Grande Fratello e seguito la polemica che ha lapidato Bettarini e Russo? Prima si dà luogo a una trasmissione in cui si urla: ‘Qui si ricalca la vita vera’ e poi quando quelli vivono e parlano veramente come accade nella vita reale, li si bastona. Ma che sistema è? Prima lo metti in piazza e poi lo prendi a calci in culo? Vivere davvero significa non aprire bocca pensando a come reagirà un minuto dopo il tribunale del buon gusto. Se io e lei stessimo qui per altri 20 minuti, inizieremmo inevitabilmente a parlare di quello e di quella in termini sicuramente censurabili.

Girerà davvero un film su Berlusconi?

Non so ancora che film girerò, non sto scrivendo nulla e non è assolutamente detto che faccia un film su Berlusconi. Potrei farlo nella stessa misura in cui potrei lavorare su una cosa che mi appassioni all’improvviso passeggiando stasera sotto casa. Allo stato, non c’è una riga su niente. Se si sporge vedrà che sul tavolo c’è qualche appunto per un’ipotetica seconda stagione del Papa perché so come va il mondo della produzione: si passa da una fase in cui ti dicono ‘è tutto fermo’ a un’altra in cui ti intimano: ‘Consegna i copioni entro 5 giorni’. Per non ritrovarmi a espletare il lavoro di 5 mesi in 5 giorni, previdentemente, mi porto avanti.

Può dare una definizione del suo cinema?

Una definizione secca è difficile. Diciamo che c’è una dicotomia tra rumore e silenzio, una contrapposizione tra i lunghi monologhi interiori colmi di solitudine e un mondo sempre molto caotico e roboante che una volta è incarnato dalla Roma mondana, una volta dalla mafia e un’altra ancora dalla Chiesa.

È vero che lei non ha snobismi nel guardare al cinema degli altri?

Verissimo. Sono il primo a ridere con Vacanze di Natale o Perfetti Sconosciuti. Sono film che non so fare, ma con i quali mi faccio un sacco di risate. Sono cresciuto con il mito del cinema d’autore, ma per qualche ragione, il vero cinema d’autore, quello che si stende per ore come nelle opere di Kieslowski o di Apichatpong Weerasethakul, non mi hanno mai permesso di farlo. Con The Young Pope, mi si è aperta un’opportunità meravigliosa: il mio film d’autore infinito e poderoso in cui ho potuto permettermi in libertà ogni cosa, finalmente c’è. Prima non era possibile.

Prima cosa c’era?

Non erano maturi i tempi. Incontravo occasionalmente i dirigenti della Rai e dicevo loro: ‘Perché non mi chiamate?’. Non mi chiamavano. Nella tv di ieri dovevi piegarti alle odiose gabbie, alle definizioni obbligate come: ‘Il pubblico non capisce’. Per fortuna, in questi anni, il pubblico ha dimostrato di saper capire benissimo. E io finalmente corono un sogno.

Giriamo pagina. Benigni appoggia il sì al referendum.

Tutti i miei amici mi dicono: ‘Devi avere un’opinione, è importantissimo’ e io, cresciuto nell’epoca del Costanzo Show e degli opinionisti, verso l’opinione ho sviluppato una certa refrattarietà. Benigni ha studiato la Costituzione e parla con cognizione di causa, ma io a dire voto sì o voto no sarei proprio presuntuoso. Provo a parlare delle cose che conosco e la Costituzione non è tra queste. La mia opinione è irrilevante e non sposta un solo voto, ma se li spostasse, a maggior ragione, credo sarebbe sbagliato schierarmi. Il tema è complesso, soprattutto per uno mentalmente limitato come me. Arriverò all’ultimo giorno utile e dirò: ‘Forse ho capito, voterò così’. Ma lo terrò per me. Da semplice cittadino. È una promessa.

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