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Naftali Bennett e Yair Lapid - 3/5

Ci sono il generale Gadi Eisenkot, favorito nei sondaggi, ma anche la coppia Lapid-Bennett, l'ultranazionalista Lieberman e il laburista Golan. Un'alleanza eterogenea (troppo?) tenuta insieme dalla volontà di togliere a Bibi il potere esecutivo. Ma per i palestinesi non si annunciano grandi cambiamenti
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Naftali Bennett e Yair Lapid

Seconda nei sondaggi tra gli sfidanti del premier in carica è una coppia che ha già governato il Paese, con equilibri precari e scarso successo. Si tratta del giornalista e leader della formazione centrista e laica Yesh Atid, Yair Lapid, e dell’ex membro del Likud, poi fuoriuscito con uno spostamento ancora più a destra nel panorama politico israeliano, Naftali Bennett. Tra il 2021 e il 2022, i due hanno guidato un governo bicefalo, tenuto insieme solo dalla volontà di entrambi i leader di estromettere Netanyahu dal potere. Troppo poco per sopravvivere: quando si è trattato di amministrare il Paese, le anime eterogenee della mega-coalizione hanno presto portato a una crisi di governo.

Lapid è considerato l’anima moderata dell’alleanza ribattezzata Yachad. Ha criticato, ad esempio, la gestione del conflitto nella Striscia di Gaza, in Libano e in Siria. Ma lo ha fatto, anche lui, con uno sguardo improntato all’esclusivo interesse di Israele e non al rapporto con la popolazione palestinese e i vicini nell’area. La strategia della punizione collettiva, sostiene, è infatti controproducente perché macchia l’immagine di Israele in campo internazionale. Quando era al governo, alle Nazioni Unite dichiarò che “un accordo con i palestinesi, basato sulla soluzione dei due Stati per due popoli, è la cosa giusta per la sicurezza di Israele, per la sua economia e per il futuro dei nostri figli”, ma dal 7 ottobre ha fatto sapere che la reputa una strada non più percorribile nel prossimo decennio. Nel 2013 dichiarò che alcune colonie illegali andrebbero smantellate, anche se rimane convinto della necessità di mantenere alcuni insediamenti israeliani in Cisgiordania. Più recentemente, anche questa posizione è stata annacquata in nome dello status quo, pur condannando le politiche espansionistiche del governo Netanyahu che, a suo dire, minano futuri sviluppi diplomatici con i palestinesi.

Resta da capire come un approccio all’apparenza più moderato rispetto a quello dell’attuale governo possa convivere con quello molto più radicale del suo alleato. Naftali Bennett ha infatti sempre militato nell’estrema destra israeliana e anche sul rapporto con i palestinesi ha mantenuto posizioni oltranziste. La creazione di uno Stato palestinese, nella sua visione, non è un’opzione perché rischierebbe di dare vita a un nuovo nemico alle porte di Israele governato da gruppi radicali come Hamas. Per questo predica il mantenimento di un’autorità palestinese che amministri le aree a loro destinate, pur mantenendo la questione sicurezza di competenza di Tel Aviv. Rimane un sostenitore delle colonie che vorrebbe annettere allo Stato d’Israele.

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