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Così le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno fatto esplodere i prezzi, alimentato rabbia nelle piazze e blocchi delle merci. Mentre i salari ristagnano

Dall’invasione russa all’escalation in Medio Oriente, gli choc energetici hanno alimentato due ondate di rincari e fatto salire del 30% il costo del cibo. I salari reali restano sotto i livelli del 2021 e a Milano la casa è un miraggio. L'Ocse: "Salari bassi, contratti a termine e carriere lente spingono molti giovani a emigrare o rimanere fuori dal mondo del lavoro". Il governo punta su una nuova stretta securitaria perché mancano risorse per sostenere le famiglie
Così le guerre in Ucraina e Medio Oriente hanno fatto esplodere i prezzi, alimentato rabbia nelle piazze e blocchi delle merci. Mentre i salari ristagnano
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Ci sono le spirali inflazionistiche ravvicinate causate dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente dietro le proteste di piazza contro il carovita che tra sabato e domenica a Milano sono degenerate in violenze e saccheggi. E sono legati a doppio filo alle conseguenze dei conflitti pure i blocchi degli autotrasportatori che iniziano a svuotare gli scaffali dei supermercati al Sud. Per capirlo basta mettere in fila qualche numero sull’andamento dei prezzi negli ultimi cinque anni: un boom alimentato dai costi dell’energia e dei carburanti mandati alle stelle dall’invasione russa e poi dagli attacchi statunitensi e israeliani che hanno innescato la guerra con l’Iran. Se poi si tiene conto che nel frattempo le buste paga sono rimaste stagnanti e nel capoluogo lombardo gli affitti e i prezzi delle case sono volati alle stelle complici gli enormi investimenti dei fondi immobiliari, ecco il mix che fa scendere in strada studenti e collettivi pacifici e insieme a loro qualche centinaio di giovani e giovanissimi che sono e si sentono ai margini e rispondono con la devastazione. Il governo sembra intenzionato a rispondere con l’ennesima stretta sulla sicurezza. Che del resto non costa nulla, a differenza delle misure per la “tutela del potere di acquisto delle famiglie, con particolare attenzione a quelle più fragili”, promesse nel Documento programmatico di bilancio ma per le quali di risorse, nella prossima manovra, ce ne saranno ben poche.

Con la guerra in Ucraina prezzi su del 17% in quattro anni

Mentre la guerriglia urbana monopolizza l’attenzione e rischia di oscurare le oggettive ragioni di malcontento sociale, conviene riavvolgere il nastro per ricostruire quanto i fronti di battaglia abbiano impattato sulla vita di tutti. L’offensiva di Mosca contro Kiev è iniziata nel febbraio 2022, quando i mercati energetici erano già sotto pressione causa eccesso di domanda di materie prime nella fase post Covid. E ha immediatamente fatto impennare i prezzi di gas ed elettricità. Poi, con l’usuale effetto domino che passa per l’aumento dei costi di trasporto, i rincari si sono trasmessi al resto dell’economia. L’Istat ha registrato per quell’anno una crescita media dell’inflazione dell’8,1%, la più alta dal 1985, con il “carrello della spesa” (il paniere che contiene beni essenziali come cibo e prodotti per la cura della casa e della persona) a +13,1%. L’anno dopo l’indice ha fatto segnare un altro progresso fuori scala, +5,7%. Tra 2024 e 2025 la situazione si è normalizzata. Ma indietro non si è tornati: ai consumatori è rimasto in eredità un livello dei prezzi più alto del 17% rispetto a quattro anni prima. Alimentari e bevande sono lievitati ancora di più, di oltre il 27%.

Il salasso dopo l’escalation in Medio Oriente

Era appena tornata la calma quando, nel marzo 2026, ci ha pensato Donald Trump a riaccendere la miccia, con l’attacco congiunto con Israele all’Iran e la nuova escalation in Medio Oriente. Dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz le ripercussioni sui mercati energetici sono state immediate. Nei primi 28 giorni del conflitto, ha calcolato il Consiglio Ue, i prezzi europei del gas sono saliti di circa il 70% e quelli del petrolio del 50%, facendo lievitare di 13 miliardi di euro la fattura delle importazioni di combustibili fossili dell’Unione. Gli effetti hanno man mano travolto i consumatori italiani, nonostante gli oltre 2 miliardi spesi dal governo per finanziare piccoli (e regressivi) tagli delle accise sui carburanti. A settembre l’inflazione è risalita al 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto. Agricoltori e autotrasportatori lamentano di non poter andare avanti senza aiuti strutturali. Per le famiglie i nuovi aumenti si sono sommati alla stangata precedente e il risultato è stato un salasso: tra luglio 2020 e luglio 2026 il costo del cibo è schizzato del 30% e le spese per la casa del 43%.

La casa inaccessibile

Il mercato immobiliare, i cui squilibri in Spagna hanno innescato la mobilitazione sfociata nella convocazione di elezioni anticipate, è un tassello cruciale. Secondo l’Osservatorio Casa Abbordabile promosso dal Politecnico di Milano, nel 2024 i canoni dei nuovi contratti di locazione sono aumentati del 6,8% sull’anno prima mentre i salari medi sono cresciuti solo del 4,2% e quelli degli impiegati appena del 2,6%. Non solo: tra 2020 e 2024 la quota dei contratti a lungo termine è scesa dal 64,3% al 51%, mentre quella di locazioni temporanee, per studenti e brevi è salita dal 34% al 49%. I dati dell’Agenzia delle Entrate dicono che nel 2024 l’affitto medio era già di 17,3 euro al metro quadro al mese: significa, calcola Bankitalia, che per un’abitazione di 75 metri quadrati il canone annuo assorbiva oltre il 30% del reddito medio netto dei residenti, superando il 40% nelle zone più periferiche e arrivando al 70% nella cerchia più interna. In base agli annunci sul portale idealista nel terzo trimestre 2026 la cifra media è di 22,4 euro al metro quadro al mese. Sul fronte delle compravendite va peggio: nel 2024, un operaio con un reddito netto medio di 1.542 euro al mese poteva permettersi di acquistare con un mutuo dalla rata sostenibile la bellezza di 16 metri quadri di casa. Per un impiegato, con 2.707 euro netti medi mensili, la superficie abbordabile era di 22 metri quadrati. Dal 2015 la metratura che un lavoratore con qualifiche medio-basse può permettersi di acquistare si è ridotta del 27,7%. Chi vive del suo stipendio deve scegliere tra andarsene e tagliare su tutto il resto.

I salari al palo

A fronte dello sprint dell’inflazione, gli stipendi italiani hanno continuato ad arrancare. A differenza che in quasi tutti gli altri Paesi avanzati, i salari reali – cioè la quantità di beni e servizi che il lavoratore può effettivamente comprare con quel che guadagna – non sono nemmeno tornati ai livelli del 2021. L’Ocse nel suo Employment Outlook di luglio ha calcolato che nel primo trimestre 2026, nonostante una crescita anno su anno dell’1,3%, erano ancora del 6,1% più bassi rispetto allo stesso periodo di cinque anni prima. Quella ovviamente è la media, che soprattutto nella città regina delle disuguaglianze di reddito tra residenti nei quartieri storicamente ricchi o “riqualificati” e chi abita nei quartieri periferici dice poco. Ma la stessa organizzazione parigina nell’ultimo rapporto sull’economia italiana dà un elemento in più: “Sebbene la crescita dell’occupazione abbia interessato in particolare i lavori meno qualificati e a bassa retribuzione, i relativi salari lordi sono aumentati meno rispetto a quelli dei lavoratori con redditi più elevati”.

I trentenni senza futuro descritti dall’Ocse

Il combinato disposto di “salari relativamente bassi, elevata incidenza dei contratti a tempo determinato e aspettative di una crescita salariale modesta e di una progressione di carriera lenta”, annota l’Ocse, spinge “molti giovani italiani a emigrare o a rimanere fuori dal mondo del lavoro”. Segue quella che, letta in questi giorni, sembra una lunga lista di motivi per scendere in piazza: “Non solo i salari sono generalmente bassi”, si legge, “ma tendono anche ad aumentare in base all’anzianità di servizio piuttosto che alla performance o alle qualifiche, e l’aumento avviene in età relativamente avanzata. Rispetto ai loro coetanei in Germania, ad esempio, i lavoratori in Italia percepiscono in media salari simili all’età di 20 anni, al momento del primo ingresso nel mondo del lavoro, ma in seguito i loro salari rimangono pressoché invariati, mentre quelli dei loro coetanei tedeschi arrivano a più del doppio nei successivi dieci anni di lavoro. Per raggiungere lo stesso livello salariale medio di un trentenne tedesco, un lavoratore italiano deve in media attendere fino alla fine dei quarant’anni“. “Pertanto”, è la conclusione, “i giovani sono esposti a un rischio di povertà più elevato rispetto alle generazioni precedenti”. Un circolo vizioso in cui la fuga all’estero riduce la crescita potenziale del Paese e contribuisce alla stagnazione. Nulla che giustifichi violenze, ma molto materiale per chi abbia interesse a capire perché la rabbia sociale cresce e le risposte securitarie hanno fatto il loro tempo.

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