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FRANCIA - 2/5

Molti Paesi puntano sull'inserimento immediato nelle classi ordinarie affiancato da programmi di supporto linguistico temporanei per arrivare poi alla totale inclusione. Sul velo, invece, burqa e niqab restano tendenzialmente vietati
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FRANCIA

Scuola: nessun tetto agli studenti ma classi ridotte – Non c’è tetto massimo alla presenza degli stranieri nelle classi e il sistema prevede che la lingua si apprenda stando insieme ai compagni madrelingua. Tuttavia ci sono differenziazioni per la scuola materna e gli altri ordini di scuole. Alla scuola dell’infanzia, quindi dai 3 ai 5 anni, i bambini vengono inseriti nella classe insieme ai compagni francesi e l’apprendimento linguistico avviene in questa fascia d’età attraverso le attività di routine – dal gioco alle canzoni fino alle interazioni con compagni e maestre. Non c’è quindi nessun test di valutazione delle competenze scolastiche.

Diverso invece è il percorso a partire dalla scuola primaria. Per chi è arrivato da meno di un anno in Francia, dai 6 anni esistono specifici programmi di sostegno linguistico potenziato (UPE2A – Unités pédagogiques pour élèves allophones arrivants) per inserire gli studenti che non parlano francese (che il sistema definisce ufficialmente EANAÉlèves Allophones Nouvellement Arrivés). Il minore straniero viene iscritto in una classe normale corrispondente alla sua fascia d’età o al suo livello scolastico pregresso, cercando di non superare mai un divario superiore ai due anni rispetto ai coetanei. Tuttavia alla scuola primaria e secondaria, le sue competenze linguistiche vengono valutate dal Casnav (Centre académique pour la scolarisation des élèves allophones), l’organo ufficiale del Ministero dell’Educazione Nazionale francese incaricato di gestire, coordinare e facilitare l’integrazione scolastica. Il Casnav struttura il percorso pedagogico più adatto, evitando inserimenti casuali nelle scuole. A quel punto, per evitare di sovraccaricare la classe e per permettere al bambino di imparare la lingua, la Francia utilizza un sistema a “orario differenziato” chiamato UPE2A (Unité Pédagogique pour Élèves Allophones Nouvellement Arrivés). In sostanza si tratta di programmi di sostegno linguistico potenziato che prevedono per un totale di ore a settimana (in genere tra le 9 e le 18 ore, a seconda del livello scolastico e delle necessità), che l’alunno esca dalla sua classe, per rimanere con docenti specializzati per imparare il francese come seconda lingua (FLS) e la terminologia delle materie. Nelle ore rimanenti (per materie come matematica, arte, musica, educazione fisica), il bambino rientra in classe insieme ai compagni. Il programma di potenziamento linguistico dura tendenzialmente un anno – due anni nei casi più complessi -, e dopo l’inclusione della classe diventa totale.

Se un ragazzo invece ha una situazione famigliare che non gli ha consentito di imparare il francese (ad esempio è figlio di immigrati), non ha diritto all’UPE2A perché non è considerato un “nuovo arrivato”. Tuttavia, lo Stato non lo lascia solo e attiva i protocolli per gli alunni in grave difficoltà scolastica. Per lui il preside e il professori stilano il Piano PPRE (Programme Personnalisé de Réussite Éducative), un piano didattico personalizzato e coordinato che fissa obiettivi specifici a breve termine per far recuperare la lingua allo studente e impegna la scuola a fornirgli aiuti concreti. Alle elementari si prevedono ore di APC (Activités Pédagogiques Complémentaires), cioè ore di lezione aggiuntive in piccolissimi gruppi con i maestri per lavorare sulla fonetica, la lettura e la comprensione. Alle medie c’è poi l’aiuto pomeridiano “Devoirs Faits”, un servizio d’aiuto gratuito e interno alla scuola dove il ragazzo fa i compiti assistito da docenti o educatori che lo aiutano a decifrare i testi scolastici. D’estate e in primavera, poi, durante le pause scolastiche, la scuola offre corsi intensivi gratuiti di pochi giorni in piccoli gruppi per rimettersi in pari con il francese.

Ancora diversa è la situazione che riguarda molti figli di immigrati, che risiedono in quartieri periferici o socialmente svantaggiati. In queste aree, lo Stato ha istituito le zone REP e REP+ (Réseaux d’Éducation Prioritaire). Le scuole di questi quartieri prevedono che le classi delle prime elementari siano limitate per legge a un massimo di 12-15 alunni invece di 25. Questo permette al maestro di seguire passo dopo passo i bambini che a casa non parlano il francese. Queste scuole ricevono più budget per assumere assistenti didattici, psicologi infantili ed educatori. Il sistema poi non dimentica neanche i genitori: consapevole che se loro non parlano francese, i figli faranno molta più fatica, è disponibile il programma OEPRE (Ouvrir l’École aux Parents pour la Réussite des Enfants): le scuole aprono le porte la sera o nel tardo pomeriggio per offrire corsi di francese gratuiti ai genitori immigrati, spiegando loro anche come funziona la scuola e come aiutare i figli con i compiti.

Divieto totale del velo fino all’università. Burqa e niqab sempre proibiti – Guardando invece al velo, le studentesse non possono indossare l’hijab. Il divieto è stato stabilito dalla legge del 15 marzo 2004 che proibisce agli studenti delle scuole pubbliche (dall’infanzia ai licei) di indossare simboli o indumenti che manifestino “ostensibilmente” un’appartenenza religiosa. Questo include l’hijab, l’abaya, la kippah ebraica, i grandi crocefissi e il turbante sikh. Burqa e niqab sono invece vietati per tutti dalla legge dell’11 ottobre 2010, che proibisce il camuffamento del viso in tutti gli spazi pubblici in Francia. La legislazione si basa su due pilastri: la sicurezza pubblica (per il viso coperto) e il principio di laicità dello Stato (per i dipendenti e gli studenti pubblici).

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