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Quel pasticciaccio brutto del tesseramento di Malagò: chi non è stato in grado di candidarsi a norma di legge, è adatto a governare il calcio italiano?

FATTO FOOTBALL CLUB - Si tratta chiaramente di un cavillo, una questione meramente formale che nulla toglie alla legittimità politica dell'elezione. Però le regole contano ancora qualcosa. E questa è particolarmente rilevante, perché il tesseramento è il principio cardine attorno a cui ruota l’intero sistema
Quel pasticciaccio brutto del tesseramento di Malagò: chi non è stato in grado di candidarsi a norma di legge, è adatto a governare il calcio italiano?
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Sul Fatto ne scriviamo da metà luglio, adesso è diventato un caso nazionale: il mancato tesseramento di Malagò, requisito fondamentale secondo le norme per essere eletti a qualsiasi carica federale. La FederCalcio continua a negare l’evidenza, affermando che l’obbligo di essere in regola con il tesseramento vale per chi è tesserato, ma non rende di per sè il tesseramento un requisito obbligatorio. Un ragionamento capzioso che è stato già respinto dalla Procura generale dello Sport, che ora apre a scenari apocalittici, come decadenza e commissariamento. Si tratta chiaramente di un cavillo, una questione meramente formale che nulla toglie – su questo bisogna essere onesti – alla legittimità politica della presidenza di Malagò, eletto democraticamente dal sistema (contenti loro). Però le regole contano ancora qualcosa. E questa è particolarmente rilevante, perché il tesseramento è il principio cardine attorno a cui ruota l’intero sistema, ciò che rende una persona soggetta all’ordinamento sportivo, nel bene e nel male.

Ha voglia oggi la Federazione a dire che non ha mai considerato il tesseramento un requisito obbligatorio: lo ha ribadito il procuratore Chiné anche nell’ultimo approfondimento inviato al Coni. La verità è che al momento della candidatura nessuno ci aveva pensato: Malagò poteva facilmente tesserarsi all’ultimo minuto per una società qualsiasi e risolvere il problema: non avrebbe avuto alcun senso non farlo per ribadire un principio interpretativo dello statuto, col rischio di impelagarsi in un contenzioso giuridico, come poi è effettivamente accaduto. Forse Malagò credeva di essere iscritto, giocando regolarmente a calcetto col suo circolo Aniene (che però è affiliato ad altre Federazioni come nuoto, vela, canottaggio, ecc., non alla Figc). O semplicemente se ne sono scordati tutti. La questione però è stata evidentemente, colpevolmente sottovalutata. Ci sono delle responsabilità, che prima o poi qualcuno dovrà ammettere. L’accertamento di eventuali profili disciplinari è un binario parallelo alla questione amministrativa dell’eventuale decadenza di Malagò, su cui dovrà pronunciarsi probabilmente la giunta del Coni (non domani, il presidente Buonfiglio vuole prima aspettare tutti i pareri, forse anche quello del Collegio di Garanzia).

In questo senso, è cruciale un passaggio del dispositivo con cui il procuratore dello Sport ha respinto la richiesta d’archiviazione della Figc: Taucer ha inviato la procura federale “ad una complessiva rivalutazione della vicenda e delle singole posizione dei soggetti tesserati e non tesserati coinvolti, evidenziandone i profili di potenziale responsabilità o esclusione di procedibilità”. Questo passaggio sembra portare direttamente al segretario generale della Figc, Marco Brunelli, che suo malgrado è colui che ha messo la firma sul documento di ammissione delle candidatura all’assemblea elettiva, in cui a proposito di Malagò si legge: “Il candidato è in possesso di tutti i requisiti richiesti dallo Statuto Federale per ricoprire la carica di Presidente Federale. La candidatura è ammessa”. Ma è altrettanto chiaro che fare di Brunelli l’unico capro espiatorio – a qualcuno in Federazione potrebbe anche non dispiacere, considerando quanto è ambita la sua poltrona – sarebbe fin troppo semplice. Esistono anche le responsabilità politiche. Possibile che l’onnipresente ufficio legale della Figc, che aveva già preso per mano Malagò ancor prima della sua elezione, non abbia vagliato tutti gli aspetti? O che i tanti amici e consulenti (quasi sempre Aniene), che a vario titolo ronzano intorno a Malagò e lo hanno aiutato a confezionare materialmente candidatura e programma, non si siano accorti di una lacuna del genere? Per arrivare, infine, al diretto interessato, che non è un passante qualsiasi, è stato a capo del Coni e dello sport italiano per 12 anni, non poteva ignorare l’importanza del tesseramento per il suo ordinamento.

Al netto di come andrà a finire, questo pasticciaccio brutto allunga un’ombra sulla sua presidenza, di cui Malagò farà fatica a liberarsi. Chi per incapacità, sciatteria, presunzione, non è stato in grado di produrre nemmeno una candidatura a norma di legge, è adatto a governare il calcio italiano? È la domanda che più di qualcuno comincia a farsi con insistenza nell’ambiente. Ed è anche la ragione per cui Malagò continua a rigettare l’ipotesi più semplice per sanare la questione: tornare subito alle urne dopo aver sistemato statuto e tesseramento, e farsi rieleggere secondo i crismi. Potrebbe scoprire che dopo appena tre mesi il suo consenso si è già incrinato.

X: @lVendemiale

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