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L’Ice espelle i migranti in Repubblica Centrafricana “a sorpresa”: “Era una trappola. Non siamo stati informati. Qui rischiamo la vita”

Le storie di chi è stato trasferito dai centri di detenzione Usa al Paese africano, che Washington sconsiglia ai propri cittadini di visitare. Moreno è stato arrestato a West Palm Beach e, un anno dopo, trasferito insieme ad altri migranti. Fuentes, transgender: "Non posso nemmeno uscire". Sánchez e Fernández: "Condizioni fatiscenti, ma ci dicono: 'È l'Africa, abituatevi'"
L’Ice espelle i migranti in Repubblica Centrafricana “a sorpresa”: “Era una trappola. Non siamo stati informati. Qui rischiamo la vita”
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Era sbarcato in Florida dieci anni fa, poco prima dell’abrogazione della Wet feet, dry feet, che dal 1995 facilitava l’erogazione dell’Humanitarian parole ai cittadini cubani. Yasmany Noel Moreno de Armas, 32 anni, aveva una piccola ditta di trasporti, che contava quattro impiegati. Anche se non godeva di uno status migratorio regolare, secondo le autorità federali. Moreno è stato catturato dall’Ice, Immigration and Customs Enforcement, nel maggio 2025, a West Palm Beach. “Ero con diversi amici, uscivamo da un hotel: sembrava un normale controllo di routine, ma poi sono stato portato a un centro di detenzione”, racconta il 32enne a Ilfattoquotidiano.it. “Gli agenti insinuavano un presunto furto d’identità”, prosegue. “Dicevano che le mie impronte digitali non fossero giuste e che io non fossi me stesso, Yasmani Moreno de Armas, ma un’altra persona”.

Lui aveva fornito le prove occorrenti, ma è stato lasciato in cella per un anno e, infine, espulso a Bangui (Repubblica Centrafricana), dov’è arrivato lo scorso 1° agosto. “Non siamo stati informati sul trasferimento”, osserva Moreno, facendo riferimento ad altri migranti espulsi nel Paese africano, previo scalo a Dakar (Senegal). “È stato un trauma per tutti: (le autorità, ndr) non ci danno documenti, visti, permessi di lavoro”. Tramite il suo legale, Moreno ha fatto ricorso al provvedimento di espulsione presso la Corte d’appello degli Stati Uniti per il Decimo circuito (New Mexico) in attesa di beneficiare del Cuban Adjustment Act. Del resto, Moreno dice di non poter tornare a L’Avana, da lui abbandonata in gommone.

“Qui (a Bangui, ndr) non abbiamo reti d’appoggio e non conosciamo la lingua”, prosegue Moreno, che denuncia le mancate condizioni di sicurezza di un Paese dilaniato da una guerra civile, il cui 80% del territorio è controllato da guerriglie e gruppi ribelli. “Temiamo per le nostre vite, veniamo continuamente minacciati, anche sui social”. Attualmente, si contano oltre 60 migranti provenienti da Paesi terzi — Cuba, Ecuador, Honduras — espulsi in Repubblica Centrafricana, nell’ambito dell’accordo bilaterale siglato tra Washington e Bangui per più di 80 milioni di dollari. Eppure, lo stesso Dipartimento di Stato USA mantiene un’allerta di livello 4 sul Paese africano, consigliando ai propri cittadini di non recarsi lì “per nessun motivo”.

Ancor più preoccupante risulta la situazione di Daniel Lázaro Fuentes, 31enne, transgender, anch’egli cubano e trasferito a Bangui: “Ho molta paura. Non potrei nemmeno lasciare l’appartamento in cui mi trovo”. Fuentes, che qualche anno fa ha completato la sua transizione Male-to-female, cioè verso il genere femminile, spiega: “Ho dovuto tagliare i capelli e indossare abiti larghi, anche due T-shirt alla volta”. Tutto ciò — lamenta — perché è stato inviato in un Paese “dove non sono al sicuro, perché la mia condizione viene stigmatizzata di continuo”. La diversità di genere non è esplicitamente vietata in Repubblica Centrafricana, ma secondo dossier Onu e di Outright International le persone Lgbtq+ subiscono più forme di violenza: dall’annullamento della propria identità a persecuzioni, torture e trattamenti inumani e degradanti. “Devo cambiare anche il tono di voce”, spiega Fuentes, “è molto complicato non essere più te stesso perché sei a rischio”.

Neppure Fuentes era stato messo a conoscenza del suo trasferimento in Africa. “Ce l’hanno detto in volo”, racconta. “Eravamo sotto choc: se volevano espellerci potevano mandarci a Cuba“. A mancare è stato quindi il “giusto processo”, che lascia spazio a una “serie di diritti violati”.

Nello stesso volo a sorpresa c’era anche Brayan Omar Sánchez Severllón, sempre 31 anni, che a Miami faceva il camionista. Era arrivato lì in fuga da Tegucigalpa, minacciato da alcune gang locali, ed è stato detenuto dall’Ice il 12 maggio mentre si recava al lavoro. “Questo trasferimento non è mai stato acconsentito da me né da alcun giudice: non è legale”, osserva. “Mi era stato offerto il Messico, ma ho fatto ricorso e in seguito sono stato portato qui, in Repubblica Centrafricana, insieme ad altri migranti”.

Sánchez denuncia l’assenza di servizi primari e cure mediche nel Paese di accoglienza. “Non osiamo abbandonare il Paese”, aggiunge Sánchez. “Non c’è acqua pulita e alcuni di noi (migranti espulsi, ndr) accusano allergie e altri sintomi”. Ma le autorità locali rispondono: “Abituatevi, questa è l’Africa”.

Parliamo anche con Aristide Fernández, cubano, 37 anni, detenuto arbitrariamente dall’Ice anche in presenza di un permesso di lavoro che scade nel 2030. “Siamo letteralmente sotto sequestro”, esclama. “Siamo in un edificio protetto, sotto sorveglianza; senza documenti, né libertà di movimento”.

Inoltre, le comunicazioni sono centellinate dai costanti blackout energetici — da tre a otto ore al giorno — che fanno saltare tutto, persino i sistemi di pompaggio d’acqua. Loro però non si arrendono e documentano ogni cosa, mettendo in imbarazzo congressisti repubblicani come María Elvira Salazar, in preda all’imbarazzo dopo la svolta anti-latina di Trump.

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