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Riaprono le scuole, le voci di protesta degli studenti tra infrastrutture fatiscenti e imposizioni ministeriali

Tutti in piazza il 17 novembre: "Questo governo non ci ascolta. In classe si parla sempre meno di attualità e l’educazione civica viene adoperata per proseguire il programma. Siamo sempre più trattati come numeri"
Riaprono le scuole, le voci di protesta degli studenti tra infrastrutture fatiscenti e imposizioni ministeriali
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Da Nord a Sud, questa settimana tutti tornano a scuola. E con la prima campanella gli studenti sono pronti a dichiarare “guerra” al ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Ad annunciare un autunno caldo a ilfattoquotidiano.it sono proprio i giovani delle secondarie di secondo grado. In tutt’Italia temono che con la riforma dei tecnici “l’istruzione diventi solo una filiera delle industrie”; guardano con diffidenza alle nuove indicazioni per i licei; chiedono interventi seri per le infrastrutture e strizzano l’occhio al referendum sull’educazione sessuale promosso da Fabrizio Marrazzo fondatore e portavoce del “Partito Gay” oltre a essere inquieti per la campagna elettorale che già ha preso il via.

Nel Sud e nelle isole – dove il termometro segna ancora quaranta gradi – sono preoccupati per il caldo. A Milazzo, Marco Buccafusca, al secondo anno del liceo Impallomeni parla anche a nome di molti suoi compagni: “L’anno scorso per cinque mesi siamo entrati in un’aula priva della porta; dovevamo mettere il cartone per evitare il rumore esterno. Ora dovremo affrontare l’emergenza caldo. Da noi non c’è scuola che abbia i condizionatori. La verità è che nonostante i fondi Pnrr i nostri edifici in Sicilia hanno seri problemi. Studiare in scuole fatiscenti non garantisce il benessere dei ragazzi”. Marco è persuaso che le nuove indicazioni nazionali indeboliranno il pensiero critico dei giovani: “In filosofia sono stati presi di mira Spinoza e Marx”. Infine una proposta: “Nella mia regione non servono solo scuole, ma anche servizi che possano andare incontro alle famiglie più povere. Penso, ad esempio, a rendere gratuito il tragitto casa- scuola con i mezzi pubblici”.

A Matera, Michele Caserta, iscritto al quinto anno del classico Emanuele Duni se la prende con l’introduzione del consenso informato per i progetti di educazione alla sessualità: “È solo un ostacolo in più che impedisce alle scuole e ai professori di fare prevenzione ma la riforma più drastica è stata messa in opera per i tecnici. L’idea di Valditara di chiamarli “licei” è solo retorica che serve a mascherare l’idea di una scuola classista”.

Della stessa idea Lucia Rozzi, dell’artistico Licini di Ascoli Piceno: “Quando in classe qualcuno di noi – saputo di un episodio di cronaca – accenna ad un argomento legato alla politica o alla sessualità sempre più insegnanti evitano il discorso. Un comportamento che accade più spesso di quanto si possa immaginare da quando in viale Trastevere c’è Giuseppe Valditara”. Lucia che quest’anno affronterà la Maturità guarda all’esame in maniera polemica: “La diminuzione delle materie all’orale in realtà non ci ha agevolati, così anche la mancanza dell’interdisciplinarietà tra le materie. Ora noi studenti non possiamo più esprimerci al meglio delle nostre possibilità”.

Nemmeno Alice Congiu che vive nel profondo nord-est, a Padova, dove frequenta il Tito Livio, salva l’istruzione in epoca Meloni: “Certo in Veneto sembra tutto funzionare meglio ma non è così. Con il calo demografico la mia scuola rischia di essere accorpata. In classe si parla sempre meno di attualità e l’educazione civica viene adoperata per proseguire il programma. Siamo sempre più trattati come numeri. Questo Governo non ci ascolta. Il 17 novembre scenderemo in piazza in tutt’Italia”. E siamo solo all’inizio.

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