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Chi ti odia sui social non riesce a smettere di guardarti. Sull’ossessione digitale e il prezzo che si paga

Dicono di non apprezzarti. Ma non riescono a smettere di occuparsi di te, e questo le tradisce. È il paradosso di ogni ossessione
Chi ti odia sui social non riesce a smettere di guardarti. Sull’ossessione digitale e il prezzo che si paga
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Ci sono persone a cui non piaci. Succede. Non puoi piacere a tutti e non dovrebbe essere un tuo problema. Il problema comincia quando quel non piacere diventa un’ossessione. Con i social l’odio ha smesso di essere una cosa che passa. Prima si esauriva in una discussione, una porta sbattuta, una parola di troppo. Oggi resta. Diventa una presenza fissa, quotidiana.

Ci sono persone che ti osservano senza che tu lo sappia. Leggono ogni cosa che scrivi, guardano ogni cosa che pubblichi, controllano dove sei, cosa fai, con chi parli. E tornano. Sempre. Dicono di non apprezzarti. Ma non riescono a smettere di occuparsi di te, e questo le tradisce. È il paradosso di ogni ossessione: chi dichiara di non avere alcun interesse per qualcuno gli dedica in realtà una quantità spropositata del proprio tempo. Lo cerca, lo controlla, lo commenta, lo critica, lo aspetta al varco. Ogni parola diventa un pretesto, ogni pubblicazione un’occasione per colpire.

E allora bisogna chiedersi cosa ci sia davvero dietro.

A volte è rabbia. A volte frustrazione. A volte il bisogno infantile di sentirsi superiori. Ma quasi sempre, dietro un odio così ostinato, c’è qualcosa di più scomodo da ammettere: l’invidia. L’invidia non tollera l’esistenza dell’altro. Non tollera che qualcuno faccia ciò che tu non fai, che abbia una voce, un pubblico, un riconoscimento, una vita che percepisci migliore della tua. E allora si va a caccia del difetto. Si aspetta l’errore. Si spera nella caduta. Si controlla ogni movimento nella speranza di poter finalmente dire: visto? Non era poi così bravo. Non era poi così intelligente. Non era poi così importante.
Ma intanto si continua a guardare. Sempre.

Ecco la parte più grottesca. Per odiare qualcuno bisogna occuparsene senza sosta. Sapere cosa fa. Sapere cosa dice. Esserci, ogni volta. E mentre tu vivi, lavori, scrivi, ami, sbagli e ricominci, quella persona resta incollata al tuo profilo, spettatore che ha pagato il biglietto per uno spettacolo che dice di detestare.

I social non hanno creato questa miseria. L’hanno solo reso più comoda. Prima, per perseguitare qualcuno, bisognava cercarlo davvero. Oggi basta un telefono. Un clic. Un profilo. Una notifica. E una finta indifferenza a coprire tutto. Così l’ossessione diventa compulsione. Si guarda, si commenta, si cancella, si torna a guardare. Si blocca e si riapre da un altro account. Si giura di non interessarsene e intanto si conosce ogni dettaglio della tua vita meglio di quanto lo conosca chi ti sta vicino.

È una presenza rovesciata. Tu non vuoi quella persona nella tua vita, ma quella persona ha deciso che ci sarà comunque. E c’è una violenza precisa in questo: essere osservati di continuo da chi non ha nessuna intenzione di conoscerti, ma solo di trovare qualcosa da usare contro di te. Non importa cosa fai, il verdetto è già scritto. Stai zitto? Hai qualcosa da nascondere. Parli? Vuoi metterti in mostra. Riesci? Sei stato solo fortunato. Fallisci? Finalmente hanno avuto ragione.

È un processo senza possibilità di assoluzione, perché l’accusa non riguarda te. Riguarda quello che la tua esistenza provoca in chi ti guarda. Non sempre puoi liberarti dall’ossessione di chi ti perseguita. Ma puoi smettere di nutrirla, e questa è l’unica arma che conta. Chi ti osserva ha bisogno di una cosa sola: sapere che lo hai visto. Che ti ha ferito. Che ti ha fatto perdere la calma. Che è entrato nella tua testa e ci è rimasto.

Negargli questo è l’atto più duro che puoi compiere. Continuare a vivere. Lasciarlo parlare al vuoto. Lasciarlo guardare senza dargli mai la scena che cerca. Lasciarlo consumare il proprio tempo, non il tuo.
Perché l’ossessione è una prigione al contrario: chi sta dentro crede di controllare chi sta fuori, ma è l’esatto opposto. Chi ti perseguita, chi ti controlla, chi non riesce a staccarsi da te, sta già pagando il conto più caro che esista: il suo tempo, la sua attenzione, la sua vita intera spesa a guardare la tua.

E tu, semplicemente, vai avanti.

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