Destra e sinistra, un ripassino
Ascoltando il cicaleccio nei social, registro che buona parte dei commenti continua ad adottare la segnaletica destra-sinistra per orientarsi nel labirinto della politica (e schierarsi in base alle proprie scelte di campo, sovente per ragioni “di pancia”). Da cui derivano le varie gradazioni di fastidio se qualcuno osa fare presente che tali indicatori sono ormai inutilizzabili. Insomma, miraggi, Fate Morgane, trompe l’oeil.
Secondo gli storici del pensiero, la veneranda distinzione nasce a Versailles, il 20 giugno 1789, quando i convenuti agli Stati Generali si divisero nella fatale Sala della Pallacorda collocandosi ai canonici due lati contrapposti: a destra il Primo e Secondo Stato (aristocrazia e alto clero), a sinistra la borghesia, ovvero il Terzo Stato all’assalto dell’Ancien Règime; un soggetto che mantenne i connotati rivoluzionari fino al 1848, quando la difesa della proprietà lo spinse a un compromesso con i vecchi avversari trasformandosi in ceto conservatore. Mentre la rivoluzione politica passava in secondo piano e quella industriale in primo. Come chiarì lo storico inglese Eric J. Hobsbawm: «i liberali moderati fecero due importanti scoperte: che la rivoluzione era pericolosa, e che, per ottenere soddisfazione ad alcune delle loro principali richieste, soprattutto in campo economico, se ne poteva fare a meno». E a quel punto il ruolo di portabandiera progressista venne assunto dal Quarto Stato (aristocrazie operaie e pezzi di ceto medio), in bilico tra riformismo e rivoluzione, ma sempre in chiave antagonistica.
Una dinamica conflittuale ricomposta da John M. Keynes nel “patto dei produttori” (il compromesso storico tra borghesia imprenditoriale e lavoro organizzato) che superò le ricorrenti crisi del capitalismo attraverso il New Deal americano e il Welfare State europeo. Un assetto durato cinquant’anni (1929-1980), sovvertito dalla controrivoluzione thatcheriano-reaganiana ponendo fine a ogni politica egualitaria di matrice liberal-socialista; interiorizzando nella propria pratica strategica i capisaldi di un’ideologia dell’avidità e dell’individualismo asociale: il Neoliberismo propagandato da Friedrich Hayek, Milton Friedman e i cosiddetti “liberali da Guerra Fredda” riuniti nella Società del Monte Pellegrino (il primo think-tank del secondo dopoguerra, modello dei futuri a venire, i cui soci vennero immediatamente premiati dai banchieri svedesi con cinque Premi Nobel per l’Economia). Un successo che travolse persino l’idea di politica a sinistra, non più al servizio dell’inclusione e della distribuzione, bensì strumento per l’ascesa ai piani alti della società, a disposizione del proprio personale; seppure in posizione subalterna rispetto alle grandi ricchezze. E da allora non ha più senso parlare di destra e sinistra, quando le due direttrici per orientarsi nella configurazione della realtà in cui siamo immersi sono – semmai – sopra e sotto, chi sta in alto e chi in basso. Alla faccia degli equilibrismi verbali ecumenici di chi ci governa.
Questo perché l’omologazione ideologica, come adesione al pensiero unico imposto dalla strapotenza materiale e comunicativa della plutocrazia finanziaria trionfante, determinava la contestuale omologazione antropologica: la cancellazione di ogni principio distintivo reale in un ceto politico ormai indistinto. Come ci hanno ampiamente illustrato i saggi di politologi fuori dal coro. Ad esempio Marco Revelli (Le Due Destre: «una plebiscitaria (fascistoide) e una tecnocratica ed elitaria (liberale)»), o Colin Crouch (Post-democrazia: «le elezioni diventano gare attorno ai marchi anziché opportunità per i cittadini»). Anche se agli imbarcati da sinistra nell’ammucchiata dei politici in carriera veniva offerta una modalità per salvarsi l’anima dagli spregiudicati teorici della Terza Via: la strategia del cambio d’abito per vincere le elezioni. Se Benjamin Disraeli, primo ministro della regina Vittoria, teorizzava che “i Tory (i conservatori) dovevano sorprendere gli Whigs (i progressisti) al bagno e filarsela con i loro vestiti”, ora erano i sedicenti progressisti a indossare i panni altrui. Una ricetta che non ha funzionato, visto che gli elettori di destra continuano a votare gli originali; e quelli di sinistra, percepito il travestimento opportunistico, hanno preferito ritirarsi sull’Aventino del non voto.
Tutto quanto già anticipato da Giorgio Gaber nel suo semplicismo da milanesizzato (anche se in realtà era nato a Trieste e il suo cognome era Gaberscik) in una nota performance teatrale del 1994, dal titolo “cos’è questa destra, cos’è questa sinistra”; come di regola tra il comizio e la canzone: «le parole definiscono il mondo. Ma il mondo gira e le parole stanno ferme. Le parole si logorano, invecchiano e perdono di senso. E noi continuiamo a usarle senza accorgerci che parliamo di niente». Poi attaccava a cantare: «Tutti noi ce la prendiamo con la storia/ Ma io dico che la colpa è nostra/. È evidente che la gente è poco seria/ quando parla di sinistra o destra». Assolutamente demistificante.